Kamala Harris is a Cop!

In molt* hanno accolto con entusiasmo la nomina di Kamala Harris, come prima vice-presidente non bianca. Quello che non tutt* sanno è che in passato ha ostacolato il sexwork e ha negato le cure a una donna transessuale in carcere. La domanda che ci poniamo è sempre questa: basta appartenere a una minoranza o essere donna per sostenere una politica inclusiva?

Kamala Harris is a Cop.

Nel mio ultimo articolo ho concluso con una provocazione che è piuttosto ironica se vogliamo pensare al presente. Riflettendo sulla figura della Jones mi chiedevo quanto ci potrebbe essere stato di rivoluzionario in un ipotetico futuro dove una Black Woman come Vice alla CasaBianca.

Di seguito riporterò le parole della mia Zine #BRAVEGIRLS fondata nel 2019. Una riflessione scritta da ragazza del team nonchè amica, tra le censure di una testata registrata ufficialmente.

Kamala Harris: qualcosa non va

Kamala Harris, è diventata vice-presidente, il 7 novembre del 2020, vincendo le elezioni insieme a Joe Biden. L’entusiasmo è ancora alle stelle: la prima vice-presidente donna e non bianca. La figura perfetta per inaugurare una nuova era post-Trump, di cui siamo tutti/e grati/e.

Siamo sicuri/e, però, che basti essere donna e di origine asiatica, per diventare una paladina delle minoranze e un’icona femminista? Noi di BRAVE abbiamo deciso di raccontare alcuni degli aspetti problematici di Harris, per quanto riguarda il sexwork e i diritti delle donne transgender.

Kamala Harris: <Decriminalizzare il sexwork? Ridicolo>

Nel 2008 chiesero a Kamala Harris un’opinione riguardo la Proposition K, una misura che voleva decriminalizzare il sexwork. Lei si oppose fortemente a questa proposta, e la definì ridicola.

La proposta è nata da anni di difesa e ricerca. Ciò includeva uno studio dell’Università della California di San Francisco che ha rilevato che 1 su 7 delle oltre 200 lavoratrici del sesso con sede a San Francisco intervistate era stata minacciata di arresto da agenti di polizia. A meno che non si fossero concesse sessualmente.

Proprio in quegli anni, la Harris era la procuratrice distrettuale della polizia di San Francisco.

Kamala Harris ha inoltre supportato la legge FOSTA/SESTA, che ha censurato tutti i siti dove lavoravano le sex worker. La legge era nata per prevenire il traffico di esseri umani e la pedopornografia, ma di fatto ha tolto alle prostitute un luogo di lavoro sicuro

Nel 2019, in un’intervista per The Root, Kamala ritrattò le sue posizioni sul sexwork. Affermò di voler criminalizzare solo i clienti, adottando quello che viene chiamato il Nordic Model. La giornalista Gira Grant ha però spiegato che questo modello rende in ogni caso il sexwork qualcosa da nascondere e quindi poco sicuro.

Il caso Norsworthy

Nel 2015, Kamala Harris era procuratore generale della California, e supportò le decisioni riguardanti il caso Norsworthy. Michelle Norsworthy, è stata tra le prime donne transgender a battersi per ottenere la terapia ormonale e il cambio di sesso, anche per chi (come lei) si trovasse in carcere. Kamala Harris all’epoca si dimostrò contraria a tutto ciò, affermando che non si trattava di un’operazione urgente.

“Norsworthy has been treated for gender dysphoria for over 20 years, and there is no indication that her condition has somehow worsened to the point where she must obtain sex-reassignment surgery now rather than waiting until this case produces a final judgment on the merits.”

(Norsworthy è da più di 20 anni in cura per la disforia di genere, e non sembra in alcun modo peggiorata al punto di dover ottenre urgentemente un’operazione di cambio del sesso adesso, invece di aspettare le sorti del processo)

Nonostante ciò, la coppia Biden-Harris è stata acclamata moltissimo anche dalla comunità LGBTQ+. Infatti, Biden ha citato esplicitamente anche gay, omosessuali e transessuali, nel suo proclamarsi  “il presidente di tutti”.

In conclusione

Abbiamo deciso di fare questo breve excursus per evidenziare come essere una donna di potere e avere un’ideologia femminista, non sempre coincidono Kamala Harris sembra aver messo più volte al primo posto il potere, prendendo la parte della polizia o negando le cura a una donna transessuale, a seconda di come le conveniva. Prendere le parti del più forte, è la cosa meno femminista che si possa fare, anche se si è donna.

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Jari Jones e come Calvin Klein ci distrae dagli obiettivi politici

la modello trans nera e plus-size Jari Jones è il nuovo volto della campagna Pride di Calvin Klein.

Di fronte a un enorme cartellone pubblicitario Calvin Klein che oscura il cielo di Manhattan, la modella transgender nera, l’attrice e attivista Jari Jones ha fatto scoppiare una bottiglia di champagne. Festeggia felice mentre la sua stessa immagine, stampata in una gigantesca pubblicità, guarda dall’alto le strade della città.

L’immagine di se stessa in visibilio per la notizia è ormai parte della campagna Pride del 2020 #PROUDINMYCALVINS di Calvin Klein. La campagna che presenta un cast di nove modelli LGBTQ tra cui la Jones, che si identifica come una lesbica transqueer. ha scritto su Instagram, in un posto del 23 giugno:

“È stato un tale onore e piacere sedermi nel mio io più autentico e presentare le immagini di un corpo che troppo spesso è stato demonizzato, molestato, fatto sentire brutto e indegno e persino ucciso”

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There are moments that I heard about, that help you forget when the world told you “Never” !!! . . There are these moments I heard about about that help you heal when the society has tried to beat you down , over and over again. . . There are these very real moments that I heard about that help you feel affirmed even when you don’t see yourself. . . I’ve been searching my whole life for those moments, I got tired of looking for those moments. . . So I decided to create them. Not for me but for the next dreamer, outcast, queer, trans, disabled, fat, beautiful black, piece of starlight waiting for their moment to shine. . . It has been such an honor and pleasure to sit in my most authentic self and present imagery of a body that far to often has been demonized, harassed , made to feel ugly and unworthy and even killed. . . I present this image ,myself and all that my body stands for to my community and chosen family, in hope that they see themselves more clearly than ever and further realize that they are worthy of celebration , of compassion , of love and gratitude. . . – Thank you to @ryanmcginleystudios and the @calvinklein family for a collaboration that will hopefully be a symbol of hope and love during these moments. BLACK TRANS LIVES MATTER!! . . . . #calvinklein #blacklivesmatter #blacktranslivesmatter #transisbeautiful #queer #celebratemysize #actress #honormycurves #pride🌈 #bodydiversity #soho #effyourbeautystandards #curvygirl #curvemodel #influencer #billboard #plussize #plusmodel #influencer #plussizemodel #bodypositive #swimwear #campaign #newyork #melanin #model #ad #sponsored

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Profilo Instagram di Jari Jones

Jones ha pubblicato per la prima volta sulla vittoria il 19 giugno, scrivendo su Twitter:

“Oggi, su #JUNETEENTH2020, una donna trans nera e grassa si affaccia su New York”

La campagna arriva in un momento in cui le proteste di Black Lives Matter continuano in tutto il mondo, insieme a richieste di antirazzismo e meno discriminazione. Sembra quindi che l’imperativo d’inclusione si diffonda tra più vari settori, compresa la moda.

Jari Jones è un esempio di rappresentazione?

La campagna Pride di Calvin Klein include nove modelli LGBTQ, tra cui l’attore Tommy Dorfman (13 Reasons why), l’artista Gia Woods, l’attivista transessuale Chella Man, la drag queen e la cantante Pabllo Vittar e Jari Jones, solo per citarne alcuni.

Vedere modelle queer o che presentano modelli estetici più variegato e meno normativizzati è un progresso per la libertà di espressione dell’individuo. Una conquista che cade a fagiolo proprio durante il Pride Month: un regalo, una bella notizia.

Jari Jones è ovviamente entusiasta e il suo successo può essere di conforto per chi, come lei e Lea T, vorrebbero lavorare nella moda. Ma per anni si sono sentite esclud* da un mercato come quello, per via dell’espressione loro genere. Ma forse questa favola non è così riapplicabile alla vita reale. Forse Jari Jones non è un modello perseguibile e realizzabile in una società che ti fa vedere il successo di una minoranza ma poi non da alcuno strumento ai gruppi di minoranze per poter effettivamente perseguire i propri obiettivi.

Jari Jones è il razzismo sistemico:

C’è da ricordare che in questo periodo gli Stati Uniti d’America sono stati messi a ferro e fuoco dai manifestanti del movimento BLM. Black Live Matters è esploso in seguito alla morte di George Floyd, uomo afro-americano ucciso per abuso di potere di due agenti a Minneapolis. La situazione s’è diffusa in tutto il mondo con una serie di interventi (più o meno efficaci) per rapportarsi con il problema del razzismo interiorizzato nella società. Tra le polemiche per le censure a Film e Serie TV, l’iconoclastia contro i monumenti di schiavisti, proteste in tutto il mondo, l’opinione pubblica è molto concentrata sull’argomento.

Il dubbio è: queste rappresentazioni di riappropriazione culturale sono seguite da effettive politiche pubbliche? Perché le manifestazioni BLM (e anche quel che è poi politicamente il Pride) sono una richiesta di diritti politici, civili e sociali. Il rimodellamento dell’industria della cultura e dello spettacolo non sono negati, ma devono essere accompagnati ed effettive misure amministrative, di welfare e garanzia delle minoranze. Cosa che fatica ad accadere, e c’è da chiedersi se non sia proprio per via della grande attenzione che viene data invece a queste notizie.

Cosa succede a Minneapolis?

Sappiamo che nella città di Minneapolis è in corso una riforma per il corpo di Polizia Locale.

La conquista USA è un traguardo di natura politica e le sue conseguenze saranno subito evidenti nella vita dei cittadini. Venerdì, il consiglio comunale di Minneapolis ha approvato all’unanimità una proposta per eliminare il dipartimento di polizia della città, segnando il primo passo verso l’istituzione di un nuovo approccio “olistico” alla sicurezza pubblica.

fonte: twitter

Il dipartimento sarebbe supervisionato da un direttore, nominato dal sindaco e approvato dal Consiglio Comunale. Solo le persone con “esperienza di non legislativa nei servizi di sicurezza della comunità, inclusi ma non limitati a approcci di salute pubblica e/o di giustizia riparativa“, saranno ammesse a ricoprire la carica, in base all’emendamento.

Io vedo una forte differenza tra questo traguardo e il traguardo di Jari Jones.

Contro Jari Jones?

Assolutamente no. Anche le rivoluzioni culturali sono parte del cambiamento della società e l’inclusione delle minoranze nelle categorie di Moda&Spettacolo sono fondamentali per creare un immaginario adeguatamente rappresentativo della società. Però non è così scontato pensare che si possa parlare di vittoria politica o di rappresentazione in sè. Da femminista che si è politicamente interessata alle vicende di quest’anno ho sicuramente delle critiche da muovere alle fondamenta di questa vicenda.

JARI JONES – fonte: google

Viene subito da chiedersi se sia proprio così che funzioni la rappresentazione: parliamo di una posizione sociale che non eleva alcun valore che non sia quello della bellezza mercificata che il settore della moda (ricordiamo che stiamo parlando di Calvin Klein!) alimenta per aumentare i profitti. Fino a pochi anni fa erano aziende come queste a causare Disturbi del Comportamento Alimentare per le pubblicità aggressive, a proporre standard di bellezza tossici. Non hanno assolutamente smesso. Chi ha visto Boris la serie saprà cosa s’intende per “locura“, espressione utilizzata in una disperata riunione tra sceneggiatori che non sanno come riproporre lo stesso messaggio reazionario di sempre, ma facendolo apparire diverso. Qui secondo me sta la problematica del marketing “inclusivo” dei grandi colossi commerciali. Di brand come CK.

Non parlerei di rappresentazione anche per essere tale deve rappresentare un target. Nella media, una black\transgender\lesbian non è assolutamente il target della CK, e il motivo primario non è di espressione estetica. Semplicemente, nella gran parte dei casi non si può permettere i prodotti. Quindi la questione di fa più articolata.

Una critica politica: non guardare a ciò che “fanno”, ma a ciò che “non fanno”

Così coe per i moretti e le puntate censurate di Scrubssi affronta un problema molto più profondo facendoci ingurgitare una sua versione superficiale e banalizzata. Un cambio della società deve avvenire anche tramite politiche pubbliche volte ad appianare le differenze di reddito tra classi o che influenzino effettivamente le strategie di governo. Il limite della lotta culturale da sola è questo: se non aiuta ad abbattere le ineguaglianze politiche è possibile che sia propaganda, pinkwashing, queerwahing etcetc.

In questo caso infatti la campagna di CK sembra essere proprio becera strategia di marketing, oltretutto indirizzata a tutt’altro pubblico: donne borghesi bianche cisgender eterosessuali.
Ovviamente è un’iperbole che serve a rimarcare il paradosso della rappresentazione vs target di consumatori dell’azienda. Ma non credo sia possibile negare che la campagna di predatoria verso quelle persone che hanno fascinazione per tematiche queer e antirazziste, influenzate anche dal Pride Month e dalle proteste di Minneapoli cui hanno partecipato molte star televisive.

Credete sia tutta una coincidenza fortuita? Il team di comunicazione di CK allora è riuscito nel suo intento.

Quindi si potrebbe fare una provocazione: sareste felici se una donna trans di colore plus-size facesse da sponsor alla Coca Cola? o da Manager per McDonald? o fosse la nuova “vice” di Donald Trump? Io non saprei.

Non si sevizia un tPaperino: l’horror nella questione meridionale

Dalla lapidazione alla questione meridionale, dai bambini morti ammazzati a Pier Paolo Pasolini.

 

Perchè oggi vi voglio proporre un film a cavallo tra due generi, dove l’horror c’è ma è serpeggiante. S’insinua tra le righe di un Mistery che s’è guadagnato un posto d’onore tra i Classici del Cinema. Non si sevizia un paperino è un film diretto da Lucio Fulcimaestro del Gore italiano – con protagonista Florinda Bolkan, una delle attrici da lui più amate e che più è apparsa nei suoi lavori.

 

Inutile negare che il nome di Lucio Fulci risuona più per il suo giusto nel gore che per il suo lavoro nel Giallo. Ma un suo vero fan si rende subito conto di come il genere investigativo sia nel cuore del regista, che fa del Mistery un vero e proprio approccio alla narrazione. Infatti trovo molto ingiusto definirlo solo come un “maestro dello splatter”. Questo perchè il Maestro Lucio Fulci ha davvero fatto il suo miglior lavoro con film che ha tutti i crismi del Giallo, prima di raggiungere il successo internazionale con Zombie e consacrarsi nell’Olimpo dell’Horror.

 

“Non si sevizia un Paperino” – fonte: googl

 

Con Non seviziate un Paperino (1972), Fulci non solo ha creato un film che è stato uno dei suoi film più potenti ma anche un grandissimo Giallo che non ha nulla da invidiare alle atmosfere dei migliori lavori di Argento e Bava.

 

“Non si sevizia un Paperino”

 

Parliamo di uno dei film preferiti dello stesso Fulci, nonchè uno dei film più inquietanti e morbosi girati dal regista.

 

Il film si apre con inquadratura in esterna di una pittoresca scena pastorale. Una catena di basse montagne ondulate e collinette erbose, sottolineata dall’eco lontana di un canto. Il campo lunghissimo ha un’impostazione pittoresca che lentamente sfuma in una panoramica e ingrandisce a sinistra per mostrare un’Autostrada. La macchina da presa non si muoverà più così gradualmente se non nel mostrarci il cast sullo schermo. Tipico infatti dell’uso eccessivo e intenzionale di Fulci dello zoom e degli scatti, con un movimento continuo di camera. Vediamo subito una prima scena morbosa e grottesca. Una donna che, all’angolo della strada, scava una piccola fossa dalla quale estrae il cadavere di un neonato. La donna fugge.

 

L’ambientazione in un paese retrogrado del sud Italia era inedita sino ad allora nel thriller italiano. Il soggetto del film è ispirato ad un fatto reale avvenuto a Bitonto nel 1971. Infatti ci fu una serie di omicidi con bambini come vittime.

 

Un po’ di trama:

 

Ci troviamo ad Accendura, un piccolo villaggio rurale italiano, dove sta avvenendo un’ondata di infanticidi. Di fronte alla crescente furia del villaggio la polizia guidata dal Capitano Modesti (Ugo d’Alessio), è alla frutta. Interessante notare il livello nella popolazione di percezione percezione di inettitudine delle forze dell’ordine.

 

Una giornalista della città, Andrea Martelli (Tomas Milian), trova un accendino in una scena del crimine. L’accendino è di Patrizia (Barbara Bouchet), una donna bella e promiscua con alcune strane abitudini notturne. Nel frattempo, la polizia punta invece il dito contro Maciara (Florinda Bolkan). Perchè? Semplicemente perchè è un reietta, la gente del posto crede sia una strega.

 

“Non si sevizia un Paperino” e la scena iconica di Barbara Bouchet che si spoglia per provocare un bambino col corpo – fonte: google

 

Tutti i personaggi sono caratterizzati con tratti forti, marcati. Andrea trova testimonianza di uno degli omicidi nella dichiarazione di Malvina (Fausta Avelli), la sorella disabile del sacerdote locale, Don Alberto (Marc Porel). Anche il sacerdote non è libero dall’aura inquietante che aleggia nel luogo e infatti ha anch’egli dei segreti.

 

Le tematiche principali in “Non si sevizia un Paperino” e perchè si differenzia dai suoi simili del genere:

 

Il film è morboso, avanza lento e inesorabile: non necessita del sensazionalismo cui siamo abituati quando vediamo le moderne storie di Detection. Anche per questo chiamato “anti-giallo”, il film si differenzia per una serie di punti. A partire dalla sua ambientazione rurale – speculare al più popolare setting della grande città – la pellicola sfoggia una sensazione di isolamento che normalmente non si otterrebbe da un film del genere.
Nel fare ciò, Fulci usa proprio temi come l’isolamento e la paura del diverso per creare sospetti su coloro che sono percepiti come diversi. La xenofobia, diffidenza innata verso chi si discosta da canoni prestabiliti, è tipica nelle piccole comunità (assimilabile alla Gemeinschaft del sociologo Ferdinand Tonnies). Fulci utilizza la peculiarità della sua ambientazione in modo magistrale. Ci narra così non solo una storia coerente e ben impostata tecnicamente; ma nel farlo compie una profonda analisi sulla questione del Sud Italia.

 

“Non si sevizia un Paperino” – fonte: google

 

In effetti, in tipico stile Fulci, il film mette anche la chiesa cattolica in una luce negativa. Vediamo come questa cerchi, al livello locale, di controllare il villaggio – ma di per sé dovra poi rispondere per i suoi peccati. Anche questa tematica è perfettamente coerente con un’analisi cruda e profonda del Meridione in Italia, che porta ancora strascichi di queste dinamiche sociali. In combinazione con il magistrale lavoro fotografico, l’atmosfera che ne risulta è sì caotica, in perfetto stile Fucli, ma serve a attirare lo spettatore in un mondo che si discosta dal normale Giallo. Ma non solo: narra di un mondo che, come spettatore medio-borghese di città, non è forse abituato a vedere.

 

Nessun tipo di edulcorazione, serpeggia anche una non sottile critica sociale all’entroterra agricolo del sud e alla sua arretratezza culturale, in contrasto col progresso che si fa strada in quegl’anni.

 

Sul meridione:

 

Con una serie di sequenze, con la caratterizzazione di alcuni personaggi e non solo, il regista mette in evidenza i dettagli di un mondo intriso di problematiche profonde. Il film ha varie chiavi di lettura e molti livelli di analisi, erroneamente percepite come prospettive anti-meridionali.

 

La Questione Meridionale, come è stata chiamata nel diciannovesimo secolo in Italia, è la costruzione del Sud come “altro” partendo dal canone del Nord in Italia. Questo non si trova nelle rappresentazioni del sud nel film di Fulci. Molto più probabile è invece che il cinema di Fulci vada analizzato in una prospettiva secondo cui la tortura è al centro. Ma non solo: crea una spinta centripeta per tematiche più ampie, che sono sì ad essa collegate nella narrazione ma che non si identificano con la stessa. Il film affronta gli spettatori con terribili eventi da cui possiamo avanzare una politicizzazione del Sud, e l’Autostrada è la chiave di questa configurazione.

 

“Non si sevizia un Paperino” – fonte: google

 

La pellicola si articola sull’attrazione di opposti: scontri tra canto pastorale bucolico e grida di terrore; tensioni tra poli speculari nell’astrazione del paesaggio (pilastri di cemento e autostrade con zone erbose e selvagge). Sono espedienti con cui ci racconta una storia e quasi non ci accorgiamo del messaggio politico di fondo. Solo un occhio attento lo scova. La tecnica narrativa è sublime: attraverso l’uso di primi piani estremi e tiri lunghi si materializzano nel linguaggio filmico tutti i problemi del cosiddetto sviluppo e sottosviluppo in Italia. Scene desolate, immense, vuote – dietro le quali un silenzioso orrore accade inesorabile.

 

Il Mezzogiorno Giallo:

 

Lo scrittore Xavier Mendik definisce il sotto-genere il “Mezzogiorno giallo” in un suo testo del 2014. Il genere si vuole focalizzare su di un piccolo ma significativo numero di gialli ambientati nella Mezzogiorno in Italia. Questi operano intorno a binomi dicotomici quali città/campagna, nord/sud, cultura borghese/cultura rurale. Generalmente sono ambientati durante gli anni di piombo ( dal 1969 al 1978).

 

C’è una critica alla modernità codificata nelle articolazioni dei personaggi del mondo rurale nel giallo italiano. In quella che sembra una sfida alla compiacenza dell’età moderna, Fulci immerge materialmente anche lo spettatore nelle devastazioni delle asimmetrie tra Nord e Sud. Facendolo ci fa attraversare a pieno la sua poetica degli opposti.

 

Troviamo quindi largo uso di cornici claustrofobiche, stereotipi, una narrazione “corporea” che vuole esprimere visivamente la veracità violenta di uno specifico ambiente sociale.

 

Fulci e i cinque sensi: un regista “tattile”

 

Vorrei fare un paragone con il cinema di Pier Paolo Pasolini. L’uso del primo piano in Fulci è funzionale alla narrazione. Si concentra spesso su dettagli del corpo, tra cui quest’ultimo, al fine di dare “un corpo” alle sue scene. La centralità del volto è invece una componente chiave in tutto il cinema di Pasolini.
Si può dire però, seppur con meccaniche diverse, che l’influenza di quest’ultimo abbia contribuito a modellare la politica del Sud Italia allo stesso modo delle attrazioni cruente di Fulci. Vediamo come l’horror di Fulci ricordi i volti di Pasolini. Sono come visioni materiali che non si rivelano in modo rappresentativo, ma si impegnano in modo affettivo e corporeo.

 

 

Entrambi eretici marxisti plasmati dal cattolicesimo, i due sostenevano il Sud come uno spazio di radicale alterità. Se Pasolini ha romanticizzato il Sud e sostenuto la sua religiosità semi-pagana, la versione di Fulci del Sud iè più pessimista. Il Mezzogiorno diventa un luogo dove indugiava a prender posto il progresso, schiacciato dell’egemonia settentrionale.

 

Il realismo onirico di “Non si sevizia un Paperino”

 

Mentre la sua città di Accendura è fittizia, il film è in realtà l’unico giallo ambientato in un Sud Italia, come dire… vero. Non il costruito mondo rurale che non riesce a staccarsi dalla narrazione bucolica del mitico. Un dettaglio fondamentale alla comprensione degli intenti politici di Fulci è nel luogo stesso: “Non si sevizia un Paperino” non è collocato in nessuna specifica regione del Sud Italia. Questo perchè è un film che si occupa del Sud in generale. Questo è un dettaglio che rende il film in un certo senso sovversivo. In cui l’immaginaria cittadina è uno spazio per Fulci crea per sfidare l’egemonia settentrionale e cattolica con uno stile cinematografico spesso scioccante.

 

Nel film, Andrea Martelli è un giornalista di Roma che incontra Patrizia. La donna è esiliata nella casa di famiglia ad Accendura dal suo ricco padre milanese. Patrizia è percepita come estranea dalla gente del posto perché esibisce valori cosmopoliti, e perciò diversi. La città negli occhi del paese. Uun occhio rurale che rifiuta ciò che è diverso e vede nel cosmopolitismo urbano una minaccia per la sua stessa esistenza.

 

A morte la strega!

 

Altro esempio si trova quando, durante le indagini, viene mostrata Maciara che sta scavando resti scheletrici e immergendo spille nelle teste delle bambole. Questa diventa subito una sospettata e viene arrestata dalla polizia.
Dopo il suo rilascio, anche se la polizia le ha mostrato di essere innocente, viene linciata da una folla locale. Non si fatica a comprende come mai Patrizia ora diventa sospettata, poiché è anch’essa percepita come “diversa”.

 

Si nota come la figura della donna sia particolarmente declinata nel film: da un lato c’è patrizia, simbolo della repressione sessuale dei paesi a forte matrice cattolica; dall’altro c’è la Maciara, che simbolezza un altro lato del sud cattolico: la misoginia interiorizzata.

 

La Maciara lapidata in “Non si sevizia un Paperino” – fonte: google

 

Le Gemeinschaft si basano su forti meccanismi di auto-conservazione: tanto quanto la solidarietà è interna verso chi sente di appartenere alla comunità, la diffidenza è esterna e si può tramutare facilmente in violenza. Dopo che la presunta strega viene lapidata, calpestata e bastonata violentemente con catene e bastoni, a fatica riesce a trascinarsi sino ai margini dell’autostrada, dove muore tra le auto che sfrecciano indifferenti. Si ripropongono gli opposti, le dicotomie e le contraddizioni di un luogo crudele e bucolico, isolato in un mondo governato dal Capitalismo in ascesa: come un’oasi di natura e sangue incorniciata dalle autostrade.

 

Ci sarebbe ancora molto da dire, ma non voglio annoiarvi.

 

So che vi aspettavate una puntata incentrata su disgusto e frattaglie, ma vi assicuro che questo capolavoro di Mistery non solo fa una paura pazzesca, ma coglie in pieno lo spirito che ormai dovreste aver intuito io amo ricercare nelle pellicole horror. La cornice orrorifica e sanguinolenta può essere uno splendido espediente per far riflettere su questioni sociali, fare critiche di natura politica.

 

E pochi autori hanno saputo farlo alla maniera di Fulci, pochi film hanno saputo farlo come “Non si sevizia un Paperino”

 

Inquietante la scena della bambina disabile (con evidenti ritardi e un’aura terrificante) che trascina serafica una bambola mozzata, lercia, decapitata. Bambini morti, ossa di neonato dissotterrate da mani le cui unghie nere grattano fameliche, omicidi efferati e sessualizzazione della morte: Fulci è anche questo. Non si sevizia un Paperino è anche questo. Tipico di Lucio Fulci, in linea con la poetica degli opposti, è quello di confondere lo spettatore con un’analogia visiva tra sessualità e violenza, tra corporeità e morte.

 

La scena finale è letteralmente un cranio che si fracassa in un bagno di sangue che cola inesorabile tra le rocce: la natura morta di quella roccia, illuminata dal torbido e secco sole del Sud sembra volerci dire qualcosa. Una metafora che illustra come la peggior crudeltà, la più grande distruzione, è quella che avviene come un evento naturale. Inarrestabile e senza il minimo dubbio, sorda e cieca.

 

“Non si sevizia un Paperino” -fonte: google

 

In conclusione:

 

Crudele, estetico e con tutti le possibili in mezzo, “Non si sevizia un Paperino” è un’opera avvincente e seducente, parte di un filone ingiustamente sottovalutato. Se veramente finora avete pensato di amare il genere ecco un grande Classico: guardatelo. Perchè solo a quel punto potrete dire di amare veramente l’horror.

 

Ah, vi anticipo un easter egg: Paperino è veramente importante come elemento della storia, come snodo risolutivo del mistero nel film.

Un bellissimo spreco di tempo

Grazie a Giorgio Cesarano, 
per la sua insurrezione erotica
per salvarmi dal vuoto

 

Bollire l’acqua per il tè
e buttarne il resto
nel lavandino

Lasciare da parte
un progetto dinoccolato
difettato
sin dalle fondamenta

Queste piccolezze
Mi fanno soffrire

Vorrei fornire
ad ogni paccottaglia
uno scopo

Temo per la sorte
di tutto ciò
che disperdiamo

Temo il vuoto
che li incontrerà

Povera paccottaglia!
Innocente conseguenza
della dispersione
spietata e naturale
del Reale

Sento come
se li lasciassi indietro!
se sprecassi per capriccio
del prezioso
senso!

Il senso delle cose:
non se ne trova molto in giro
ultimamente

Ma non so spiegare
al contempo

L’innato piacere
delle cose
senza senso
(???)

Osservare il sole
che a sua volta mi osserva
col suo gigantesco unico occhio
di luce

Un videogioco
Un disegno da buttare
Una storia bellissima
mai completata
che non completerò mai

Il piacere del non-senso
è un brivido
un istante,
quasi un equivoco
un colpo d’occhio distratto

a tradimento
tra una trivialità e uno sbadiglio
distratto e assuefatto dal vuoto
un occhio improvvisamente ti fissa

Perchè il tempo è vuoto
non ha consistenza
nè tantomeno
gode del lusso
dell’esistenza

Assume la forma
del valore
di cui necessitiamo
per comprendere il mondo

il tempo non ha senso
il tempo è senso

E passare il mio tempo
con te
è stato un bellissimo
spreco di tempo

un occhio improvvisamente ti fissa
un seno respira
una mano pulsa
un ventre trasale

Mi ha fatto piacere

come il sole pigro
del mattino
Come la curva debole
di un germoglio
che morirà neonato
ma che ha comunque
bucato la terra

ogni immagine
conserva una sua innocenza
nel potere resistente dell’evocazione,
nell’evanescenza
della sua natura di simulacro

“ma cosa sto pensando?”

Non ho ancora 
veramente imparato
tutto ciò che so

rifletto
che la stessa vita
non è altro
che un bellissimo
spreco di tempo

Non fraintendere!

Ma io purtroppo
non ho mai imparato
a capire le cose conosco

Perché
in fondo
io soffro ancora
atrocemente

pur sapendo,
e sorridendo
serafica
che alla fine

OH!
non è che tutto
deve per forza
avere
un senso

 

Quentin Tarantino: guida veloce alle sue citazioni filmiche per fare l’intellettuale alternativo senza sparare stronzate e fare figure di merda

Oggi è il Tarantino Day ed io ho scritto
‘sta roba sul giornale dove lavoro : enjoy.

tarantino

È più facile elencare i film che non hanno influenzato Quentin Tarantino di quelli che lo hanno fatto. Il regista è sicuramente una personalità eccentrica dall’animo piuttosto volubile. Infatti, come i suoi fan hanno potuto notare, sembra non stancarsi mai di sottolineare tutti i film a cui fa riferimento, a cui rende omaggio, o che semplicemente lo hanno ispirato.

 

Le citazioni di Tarantino in Kill Bill Vol. 1 e 2

 

Con l’uscita di Kill Bill, Vol 1 e 2, Quentin Tarantino s’è aggiudicato un posto nel cuore di molti. In queste pellicole il vizio di “prendere in prestito” che caratterizza il regista ha raggiunto proporzioni senza precedenti.

 

Kill Bill by Quentin Tarantino – fonte: google

 

Le due parti del film, dopo un’attenta analisi, si scoprono per ciò che sono: una lunghissima e variegata citazione. Il film, parte 1 e 2, è realizzato quasi interamente da elementi di altri film. Coerentemente ai gusti del resista (piuttosto raffinati, a mio parere), ne esce fuori ciò che principalmente Tarantino definisce come “Cinema del Grindhouse“.
Per chi non lo sapesse, con Grindhouse si definisce un termine generico per i cheap movies che sono stati distribuiti nei cinema statunitensi a buon mercato intorno agli anni ’70. Parliamo di film sulle arti marziali cinesi, film sui samurai giapponesi, film di blaxploitation e – ovviamente – spaghetti western.

 

Nel dettaglio:

 

Non basterebbe il più nerd dei cinefili per classificare tutto ciò che Tarantino sceglie di inserire nei suoi lavori. Nè tantomeno per spiegare i dettagli esatti di ciò a cui si fa riferimento, quando, o come.

 

Tarantino e Uma Thurman durante le riprese di Kill Bill – fonte: google

 

Esiste uno spiraglio di salvezza per i più curiosi. Si tratta di un sito fan-made (creato da più persone che contribuiscono ognuna a suo modo) incentrato proprio sul regista: Quentin Tarantino Archives. Il sito identifica al momento circa 80 film solo per ciò che han ispirato Kill Bill. Si parte da Marnie del celeberrimo Alfred Hitchcock – per quel che riguarda ad esempio la stessa scena dell’infermiera che cammina lungo il corridoio – al gusto dell’horror retro giapponese di pellicole sconosciute ai più. Il cielo arancione del tramonto nella scena dell’aereo è infatti una citazione del film Goke: Bodysnatcher From Hell di Hajime Sato, del quale cerca di riprendere soprattutto il mood. Ma perchè ho deciso di parlare di Mood?

 

Cos’è una Moodboard:

 

Prima di continuare vorrei fare una piccola partentesi sul perchè parlerò di mood del film, nel citare delle pellicole che hanno influenzato Quentin Tarantino. Nell’ambito della produzione artistica la Moodboard altro non è che una serie di immagini: fotogrammi di film, poster, opere d’arte, quadri e molto altro. Non devono essere coerenti dal punto di vista della narrazione, ma dare una sensazione specifica a chi le osserva. Le immagini vengono unite tra di loro come in un collage che serve ai creativi per poter visualizzare in un formato visivo un determinato progetto e i concept ad esso correlati.

 

Nelle pellicole di Tarantino la Moodboard è un gigantesco mosaico di film sconosciuti ai più, ai quali in un certo senso il regista ha dato la possibilità di essere fruiti anche dal grande pubblico.

 

Ancora su Kill Bill:

 

Quattro film chiave per ricomporre i frammenti dei due Kill Bill sono dei rivelatori della personalità del regista, e ci danno informazioni sul mood che vuole dare ad ogni sua opera. Innanzitutto, un fatto curioso: tutti furono realizzati tra il 1972 e il 1974, e uno solo è un film americano. Iniziamo da questo.

 

The Doll Squad, un film che ha ispirato Tarantino – fonte: google

 

The Doll Squad è un film kitsch e low budget che privilegia la parte visiva\sensoriale (come ad esempio i costumi, le scenografie e la colonna sonora) rispetto al rigore drammatico e ai tecnicismi. È stato diretto dal prolifico Ted V Mikels. Egli ha in seguito ha affermato che la serie TV Charlie’s Angels è stata direttamente influenzata dalla sua visione di agenti donne dalle sensualità voluttuose, altrettanto esperte nel combattimento come nella seduzione. Il riferimento alla Doll Squad è evidente. Il film, inoltre, strizza l’occhio ai thriller di spionaggio come i film di James Bond e le opere di Russ Meyer. Modello ovvio per il team di agenti femminili di Kill Bill, confluendo nello splendore del Deadly Viper Assassination Squad.

 

Sui tre film “stranieri”:

 

Più interessanti di per sé sono i tre film stranieri: due film giapponesi e uno svedese. Per il Giappone troviamo: Lady Snowblood e Female Convict Scorpion: Jailhouse 41. Invece per l’ultima citazione passiamo al thriller En Grym Film, dalla Svezia.
Tutti e tre i film hanno come tema centrale lo stesso di Kill Bill: delle donne ferite in cerca di vendetta.

 

Lady Snowblood è una spadaccina del 19 ° secolo che insegue gli uomini che hanno ucciso il marito di sua madre. Il film è praticamente un modello narrativo sul quale il regista s’è basato per l’intero Kill Bill Vol 1, fino all’idea della lotta scenica e sanguinosa durante una festa in maschera. Female Convict Scorpion: Jailhouse 41, invece, parla di una detenuta fuggita che spara al crudele guardiano che l’ha rinchiusa.

 

En Grym, altra ispirazione di Tarantino – fonte: google

 

Il Thriller che colpisce più duramente però (così crudo da essere stato bandito in Svezia) è En Grym. La pellicola è incentrata su una ragazza innocente che viene trasformata in una schiava sessuale mutilata dai suoi rapitori, che per soggiogarla la rendono dipendente dall’eroina. Tarantino in particolare usò questi elementi per l’estetica di Daryl Hannah: la benda sull’occhio del suo personaggio è un tributo all’eroina del thriller svedese.

 

Per cosa il merito di Tarantino è inestimabile

 

Sulla base di queste citazioni (che sono soltanto una parte) potrebbe venir spontaneo ripensare a Tarantino come ad un cineasta non originale, che ruba da film che nessun altro probabilmente vedrà e li fa suoi. Ma sarebbe quantomeno ingenuo credere che una pellicola sia solo la somma delle sue ispirazioni. Oltretutto, è evidente a tutti che Tarantino non è la prima persona a fare un film senza formulare un linguaggio cinematografico totalmente da zero, con solamente materiale nuovo di zecca. Gli stessi produttori di Matrix, ad esempio, hanno estratto aree simili del cinema d’azione asiatico, della sua sottocultura cyberpunk (citerò Testuo senza troppo dilungarmi) ma lo hanno nascosto sotto una patina di sfarzo hollywoodiano. Tarantino invece lascia in superficie i suoi riferimenti perché tutti possano usufruirne.O anche elencarli ossessivamente e inserirli in un sito fan-made, per i più appassionati.

 

A questo proposito, Tarantino potrebbe svolgere una funzione preziosa: riportare i film altrimenti marginali, nel gusto più mainstream. Il remake del film sugli zombi Dawn of the Dead ha spaccato il botteghino negli USA, dato sulla base del quale alcuni hanno sostenuto che il cinema “cult” è il nuovo mainstream. Ma quanti di noi avrebbero conosciuto film come quelli citati nelle pellicole Tarantiniane, senza il contributo dello stesso Quentin?

 

Tarantino e i Classici: Pulp Fiction

 

Sappiamo che Tarantino ama i B-Movies e il genere exploitation. Ma la lista dei cineasti che Tarantino ha voluto ricordare attraverso la costruzione di un’inquadratura o nelle semplici azioni dei personaggi in scena è variegata e molteplice: si pensi ad esempio al twist di Uma Thurman e John Travolta in Pulp Fiction che riesce con una freschezza del tutto nuova ad omaggiare di Fellini.

 

 

 

 

A questo possiamo aggiungere una citazione letteraria per una scena che coinvolge Vincent Vega, protagonista di Pulp Fiction interpretato da John Travolta. Quando Vincent va in bagno legge e sfoglia una copia di Modesty Blaise di Peter O’Donnel. Si tratta del fumetto che ha per protagonista una giovane donna addestrata al crimine. Quindi vediamo tornare i temi che avevano già preponderato in Kill Bill.

 

The Hateful Eight

 

L’autore s’è sbizzarrito poi in The Hateful Eight. Oltre alle inevitabili citazioni de I magnifici sette e Il buono, il brutto e il cattivo ci sono altri riferimenti che solo pochi esperti possono cogliere. Come, per esempio, quello tratto da L’ultima casa a sinistra, di cui Tarantino riprende sia la musica con il brano Now You’re All Alone ma anche il colpo di pistola che conclude le scene di entrambi i film. Inoltre, restando in tema “classici“, il film ricorda molto la struttura dei gialli di Agatha Christie, per la capacità di creare tensione intorno alla ricerca del colpevole dell’omicidio. Tarantino confermerà poi questa teoria. In particolare, ci sono riferimenti al romanzo più famoso della Christie: Dieci piccoli indiani. Si riprende il topos del gruppo di persone chiuso in una casa, un assassino tra di loro. Piano piano, non ne rimane più nessuno in vita.

 

I suoi film sono un misto di classici e opere di nicchia, che vanno dalla letteratura al cinema, e non solo.

 

In certo senso, si strizza anche l’occhio al concept de La Casa di Sam Raimi. Tarantino ci mostra cosa accade quando una combriccola di bugiardi sono costretti a condividere la stessa stanza e gli vengono date delle armi: il risultato è una carneficina, con un sottofondo d’insegnamento morale (forse!).

 

The Hateful Eight by Quentin Tarantino – fonte: google

 

Curiosa, inoltre, la scelta del 70 mm, già utilizzata ai tempi nei grandi classici quali “Ben Hur” e dimenticata per la bellezza di circa cinquant’anni. Grazie a questa particolare e piuttosto costosa pellicola l’immagine ha un miglioramento pari a sei volte quella di una più comune 35mm. Purtroppo questo formato in Italia è stato reso disponibile solo in pochissime sale.

 

Le iene

 

Il nome stesso del film è una citazione. Si dice che il giovane Tarantino, apprezzando molto la pellicola francese di Louis Malle, Au Revoir Les Enfants!, tendesse a parlarne ossessivamente e storpiarne una parte del titolo – in, appunto Reservoir. Il suo capo di allora (ai tempi lavorava in una cineteca) era stufo di sentirlo citare il film e gli disse

 

“I don’t want to see no reservoir dogs!“

 

Da questa frase deriva il titolo originale de Le iene: ovvero Reservoir Dogs. La fantasia del regista ha poi completato il processo con un’altra distorsione e un’altra citazione. Si dice che l’appellativo usato da Tarantino per la pellicola di Malle sia poi stato fuso con un’altra pellicola da lui particolarmente apprezzata, cioè Cane di paglia di Sam Peckinpah (Straw Dogs in originale). Che sia una storia romanzata, non possiamo saperlo.

 

Certo è però che anche qui, il film ha dei rimandi cinematografici forti. Nel caso specifico delle Iene molti hanno addirittura accusato Quentin Tarantino di aver copiato il film City on Fire di Ringo Lam.

 

City on fire: un caposaldo del cinema di Honk Kong

 

In effetti i parallelismi sono lampanti: sia per alcune scene de Le iene (il triello, la tortura), sia anche per alcuni risvolti della trama. Infatti si parla in ambo i casi si una rapina fallita. Sicuramente troviamo anche sequenze simili: il mexican standoff finale e lo sparo di Ko Chow a un suo collega sono due esempi.
Il regista americano ha preso chiaramente spunto dal film, rendendolo peculiare e personale. Come farà in seguito con La sposa in nero di François Truffaut per Kill Bill: rielaborando qualcosa che l’ha colpito, facendolo suo e trasformandolo in qualcosa di nuovo e autonomo. Il senso delle “citazioni” Tarantiniane è questo: catturare un mood, anche con topoi paralleli nella narrazione, traendone fuori pellicole che poi si rivelano essere completamente diverse dall’originale. Lo stesso Tarantino ha chiuso a suo modo il caso, citando un altro artista controverso come Pablo Picasso

 

I bravi artisti copiano, i grandi rubano.

 

Piccole curiosità sulle pellicole di Tarantino:

 

Una curiosità riguardo un film meno conosciuto di Tarantino: Jackie Brown. Si tratta dell’unico film di Tarantino tratto esplicitamente da un libro. Il romanzo in questione è Punch al rum, ed è stato scritto da uno degli scrittori preferiti del regista, Elmore Leonard. La curiosità però è che egli è anche autore del libro Scambio a sorpresa, libro che Quentin rubò all’età di quindici anni. Una parte del film Jackie Brown infatti, è ambientata proprio nel centro commerciale in cui il regista rubò il libro, ossia il Del Amo Fashion Center.

 

La rivisitazione di film come Django (omaggio al celebre classico del western, l’omonimo film di Corbucci) e The Hateful Eight sono ovviamente molto debitrici allo spaghetti western all’italiana. Specialmente (ma questo è noto già ai più) i film di Sergio Leone.
Ma concentriamoci sulle citazioni più originali, e sui motivi che spingono Tarantino a modellare questo caleidoscopico collage, che va dal Grande Cinema ai B-Movies.

 

Tarantino (le Iene) e l’influenza di Ringo Lam (City on Fire) – fonte: google

 

Dai classici al Grindhouse: perchè?

 

Tarantino ha fondamentalmente lavorato per mettere in luce i suoi film preferiti che considerava ingiustamente sottovalutati, o dimenticati. Su sua richiesta, lo studio di Hollywood Miramax ha formato la Rolling Thunder Pictures, che era ormai defunta, per distribuire e rilasciare dei film particolari come Chungking Express e Sonatine di Takeshi Kitano, un maestro cineasta che – in effetti – non è conosciuto come meriterebbe.

 

Da dove nasce l’amore di Tarantino per queste pellicole?

 

Quentin Tarantino racconta di sè giovane ossessionato dal cinema, che veniva portato dalla madre a vedere le prime pellicole e che ha iniziato una sempre più profonda ricerca in questo ambito. Ma c’è di più, secondo me. Da ciò che possiamo vedere noi, come spettatori delle sue pellicole, Tarantino trova in questi film low budget una freschezza visiva e un’immediatezza che i grandi classici non possiedono, i quali però hanno una solita struttura drammaturgica e un grande spessore narrativo. La mission di Tarantino sembra quindi essere chiara: unire il meglio degli estremi, creando qualcosa di…. ancora più estremo!

 

E a me, sinceramente, non può che piacere così.

 

Fellin (8e 1\2) e Tarantino (Pulp Fiction) – fonte: google

Ogni Pandemia scolpisce la nostra storia come Specie

L’emergenza COVID-19 è ormai la notizia più diffusa sui nostri media e l’OMS parla di pandemia globale.
Situazioni storiche come questa sono uno specchio per l’umanità. Riflettono le relazioni morali che le persone hanno l’una verso l’altra, come afferma lo storico Frank M. Snowden.

love death &amp; robots

Nel suo nuovo libro “Epidemics and Society: From the Black Death to the Present” Snowden, professore di storia e storia della medicina a Yale, esamina i diversi modi tramite cui i focolai di malattie hanno plasmato la politica, modificato gli assetti delle nazioni e portato a rivolte popolari. Analizza come situazioni simili hanno messo in luce la radicata discriminazione razziale ed economica dei popoli che ne erano colpiti. Non ci mettiamo molto a renderci conto che anche il Coronavirus si attende perfettamente alle analisi di Snowden.

Le epidemie hanno modificato le società attraverso le quali si sono diffuse, influenzando le relazioni personali, politiche ed intellettuali.

Le malattie epidemiche non sono eventi casuali che affliggono le società in modo capriccioso e senza preavviso“, scrive. “Al contrario, ogni società produce le proprie specifiche vulnerabilità. Studiarli è capire la struttura di quella società, il suo tenore di vita e le sue priorità politiche “.

La parte principale della preparazione ad una pandemia è rendersi conto che ciò che colpisce una persona influenza tutti, ovunque. Il passo successivo è la realizzazione del fatto che siamo tutti parte di una specie e per questo abbiamo bisogno pensare come un unicum piuttosto che concentrarci sulle divisioni di razza ed etnia, stato economico e tutto il resto.

Una delle contraddizioni messe in luce dall’emergenza del COVID-19 è infatti l’individualismo radicalmente interiorizzato dell’uomo moderno, esasperato dalla paura della morte. Questo è un altro punto importante. Si tratta di un problema che solleva questioni filosofiche, religiose e morali molto profonde. Le epidemie sono una categoria di malattie che fanno riflettere sui lati più reconditi degli esseri umani, facendo luce su chi siamo veramente. Questo perché innanzitutto hanno tutto a che fare con il nostro rapporto con la mortalità: il rapporto che come singoli abbiamo con la morte, con la vita.

Perciò stando agli studi di Snowden si può affermare, almeno in parte, che le epidemie abbiano modellato la storia perché portano inevitabilmente gli esseri umani a porsi grandi domande sull’esistenza.

Lo scoppio della peste, per esempio, sollevò la questione della relazione dell’uomo con Dio. La popolazione nel Medioevo sé chiesta come potesse essere accaduta che una tale catastrofe in un universo dominato da una divinità saggia, onnisciente e onnipotente. Chi permetterebbe ai bambini di essere torturati, in angoscia, in gran numero?
Il tutto ha avuto un effetto enorme sull’economia. La peste bubbonica uccise metà della popolazione di tutti i continenti. Questo ebbe ovviamente un grande effetto sull’avvento della rivoluzione industriale, l’imperialismo e sui successivi eventi storici.

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Questo si può collegare ad un’altra caratteristica delle ricorsive pandemie che l’umanità deve affrontare: la creazione di simboli comuni. Un altro esempio storico è dato dalla tubercolosi e su quanto fosse diversa nel periodo Romantico, quindi nel diciannovesimo secolo. Nel saggio di Frank Snowden è messa in luce la natura romanticizzata della malattia, evidenziando un aspetto diverso rispetto a come è stato per la peste.

Per quanto riguarda la peste, è stata una malattia che ha colpito tutti. Era la fine del mondo e la popolazione l’ha vissuta come l’apocalisse finale. Con la tubercolosi invece, questo fattore è venuto meno nelle persone. Pensavano – perchè le dottrine mediche dell’inizio del diciannovesimo secolo insegnavano loro questo – che fosse una malattia dell’élite, dell’artista, del bello. Un morbo “raffinato”, che rendeva le persone più belle. Questo fece sì, al livello culturale, che la moda del tempo spingesse anche la stessa estetica verso esempi tubercolari. Un esempio sono i quadri di Toulouse-Lautrec.

I preraffaelliti anch’essi sposarono questa estetica: i loro modelli spesso erano pazienti affetti da tubercolosi. Potremmo arrivare fino all’estetica di Schiele senza dover aggiungere molto altro.
La creazione di simboli collettivi (in questo caso specifico circoscritti all’Europa) è fondamentale per comprendere gli atteggiamenti e le decisioni di una popolazione. Superfluo forse è citare le modalità con cui i media stanno incentivando l’angoscia collettiva, producendo simboli di stampo razzista e isterico. Dalle spese compulsive, alle uscite di movida apotropaica, le risposte delle società sono reazioni diverse allo stesso stimolo. Tutto sta a come viene proposto.

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Anche le epidemie, come le stiamo vivendo attualmente, hanno enormi effetti sulla stabilità sociale e politica. Quindi, penso che possiamo dire che non esiste una grande area della vita umana che le malattie epidemiche non abbiano toccato profondamente.

Vale la pena anche esplorare un altro fattore. Le malattie non affliggono le società in modo casuale e caotico. Sono eventi ordinati, perché i microbi si espandono e si diffondono selettivamente per esplorare le nicchie ecologiche che gli esseri umani hanno creato. Quelle nicchie mostrano molto chi siamo. Il colera e la tubercolosi nel passato e il COVID-19 nel mondo di oggi si muovono lungo le linee di confine create dalla povertà e dalla disuguaglianza.
Per quel che riguarda la diffusione e il contenimento invece, dipendono dal modo in cui, come popolo, sembriamo pronti ad accettare l’evento come inevitabile e tentare di contrastarlo, piuttosto che abbandonarsi all’isteria collettiva. Ma è anche vero che il modo in cui rispondiamo dipende molto dai nostri valori, dalla nostra cultura e dalla nostra sensibilità verso il concetto di essere parte della razza umana e non di unità più piccole. Bruce Aylward, che ha guidato la missione W.H.O. in Cina, ha detto che la cosa più importante che deve accadere, se vogliamo essere preparati ora e in futuro, è ci sia un cambiamento radicale nella nostra mentalità. Dobbiamo pensare che dobbiamo lavorare insieme come specie umana. Organizzarci per prenderci cura gli uni degli altri, per renderci conto che la salute delle persone più vulnerabili tra noi è un fattore determinante per la salute di tutti noi; e che , se non siamo preparati a farlo, non saremo mai, mai pronti ad affrontare queste sfide devastanti per la nostra umanità.

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Passiamo al versante politico: come le epidemie possono portare ad insurrezioni e modificazioni del tessuto economico. Un esempio può essere il successo della ribellione haitiana e della Toussaint Louverture, che furono determinati soprattutto dalla febbre gialla. Quando Napoleone inviò la grande armata per ripristinare la schiavitù ad Haiti, la ribellione degli schiavi ebbe successo perché gli schiavi dall’Africa avevano l’immunità che gli europei bianchi che erano nell’esercito di Napoleone non avevano. Ha portato all’indipendenza haitiana.
Inoltre, dal punto di vista americano, questo fu ciò che portò alla decisione di Napoleone di abbandonare la proiezione del potere francese nel Nuovo Mondo e quindi di concordare, con Thomas Jefferson, nel 1803, l’Acquisto della Louisiana, che raddoppiò le dimensioni di gli Stati Uniti.
Questo ovviamente non ci da alcuno spunto per una previsione di ciò che avverrà nel mondo, ma può farci riflettere su come non ci troviamo solo nel corso di un’epidemia. Ci troviamo nel mezzo di un punto cruciale per la storia dell’uomo, in cui possiamo dimostrare di saper agire come specie.

Quanto abbiamo affermato sulla Pandemia, definendola uno specchio che riflette alcune caratteristiche di specie, non mostra solo il lato oscuro dell’umanità. Mostra anche il lato eroico.

Un ottimo esempio citato nel saggio è Medici senza frontiere, soprattutto nella crisi dell’Ebola in africa. Il modo in cui mettono consapevolmente in gioco le loro vite e il loro futuro, per nessun interesse personale e nessuna ricompensa, è un atto eroico. In contrasto con quell’individualismo interiorizzato che abbiamo estratto generazione dopo generazione dalla società moderna, agiscono semplicemente perché vogliono difendere la vita e la salute delle persone più deboli del mondo. Medici Senza Frontiere lo fa ogni giorno in molte parti del mondo, e anche adesso sono in Cina di fronte a questo.
Ma anche negli ospedali tradizionali si sta attualmente dimostrando l’eroismo umano. Molti medici stanno lavorando senza sosta nelle strutture di tutto il mondo (chi più, chi meno: a seconda dei governi vigenti) mostrandoci quella solidarietà di cui siamo tutti capaci come specie. Non c’è da stupirsi né da essere diffidenti: sotto tutti i pensieri monolitici scolpiti nell’individualismo, siamo ancora esseri sociali e quindi capaci di compassione. L’idea di Snowden si può spiegare con un paragone letterario che ci potrà sembrare melenso (perché siamo Italiani): il manzoniano Cardinale Borromeo. La figura esercita un discreto fascino sullo storico ed è curioso che scelga proprio la letteratura del nostro Paese. Ne “I Promessi sposi” l’arcivescovo di Milano andava nelle case dei contagiati per aiutare. Per prendersi cura delle persone più povere e indisposte di quello che definiva il suo “gregge”. Uscendo da una dinamica di pietas cattolica, che può solo risultare quantomeno riduttiva (e un po’ troppo verticale), è probabile che Snowden ammiri nel personaggio la capacità di concepire sé stesso come parte di un’entità maggiore. Un grande collettivo essere che necessita di essere tutelato, e per il quale ogni azione del singolo può contribuire al modellamento di un sistema più ampio.

La tensione politica ed economica, come in ogni crisi pandemica dove il contagio, si allarga su scala globale: è evidente.

La nostra cultura liberale (prevalentemente Occidentale, ma che si sta diffondendo nel mondo globalizzato come “miglior forma politica”) ci rende difficile comprendere il ruolo fondamentale della cooperazione in un simile momento. Ma questa non è la sola istituzione della contemporaneità che è stata messa in crisi. La gestione del COVID-19 e delle conseguenti crisi economiche che sta portando con sè (basti per noi citare il Calo di Piazza Affari) ci fa vedere come sono ormai obsoleti gli stati nazione, che stanno a malapena sostenendo una simile situazione. Anche il nostro concetto di lavoro è profondamente in crisi: molte sono le sommosse nelle fabbriche in questi giorni, e la crisi di Confindustria sembra star già avanzando. Le rivolte nelle carceri ci mostrano le falle del nostro sistema di giustizia.
Durante l’isolamento atto a poter diluire il contagio da Coronavirus ognuno si sente chiaramente montare l’accumulo di contraddizioni del Capitalismo che sembra attraversare una sorta di “Quaresima”.

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Sarebbe arrogante credere di poter decidere che ruolo dare a quest’avvenimento storico; fatto sta che siamo davanti non ad un “glitch” o un errore nel corso degli eventi, ma una normale conseguenza delle sue premesse. Almeno questo è il punto di partenza. L’umanità ha sempre combattuto con morbi che hanno tentato di decimarla (riuscendoci, quando necessario) ponendo in molti casi la specie davanti a momenti di accelerazione storica. Oggi si riescono ad intravedere le prime crepe di questa iperstizione: il Capitalismo come lo conosciamo non può contenere simili emergenze umanitarie, in quanto sistema basato sulla continua crescita, finalizzato al reinvestimento di plusvalore e quindi sullo sviluppo (economico, e di pochi) piuttosto che alla tutela della popolazione (tutta).

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Il Capitalismo non sa restare in condizioni di stasi: come uno squalo che smette di nuotare per riposare, affonderebbe nell’abisso. Il rallentamento – o peggio, lo stop – della macchina produttiva, sebbene conseguente a condizioni di allarme, non può essere sostenuto da un sistema che non mira al mantenimento di sé stesso ma ad una continua crescita.Non ci troviamo di certo davanti ad un scenario in stile Mad Max o Tank Girl, ma l’accumulo delle crepe interne di questo sistema si sente scricchiolare in lontananza.
Questo può solo farci rendere conto di una cosa, a mio parere fondamentale: il futuro non è ancora arrivato e ci troviamo in una fase di passaggio che è necessario è più che mai superare. Il Realismo Capitalista è a tutti gli effetti un’illusione collettiva e non ci troviamo né nella migliore né nell’ultima delle società possibili. Abbiamo, come definito da Mark Fisher, dimenticato come immaginare una società nuova.

 

IL DUBBIO
SI DIFFONDE
COME UN VIRUS

PRETENDI IL FUTURO
ANCHE SE
NON SEI ANCORA
IN GRADO DI IMMAGINARTELO

Oh, Darling:
ACCELERIAMO?

 

 

 

Come l’Africa si salverà sola usando il (ahimè) Libero Mercato.

Nonostante questa notizia sia passata in sordina sui media italiani, in questi mesi un
cambiamento epocale sta avvenendo in Africa.

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Una svolta significativa sta prendendo man mano forma nel tessuto economico del continente e, nel totale silenzio mediatico del nostro paese, porterà le sue conseguenze fin nella nostra penisola.
La cosa curiosa è che una delle possibili conseguenze potrebbe influenzare il fenomeno dei flussi migratori nel mediterraneo, e farcela molto meglio di tutte le misure che i governi Europei hanno cercato di attuare prima dell’emergenza Pandemica del COVID-19.

Si tratta della firma per il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, avvenuto in Nigeria.

Non si esagera a supporre che sia un momento nevralgico per lo sviluppo socio-economico del paese, che con questa manovra si ripromette di rendere possibile un implemento di rilevanza storica per il futuro dell’Africa.
Più precisamente il 7 luglio 2019 a Niamey, capitale Nigeriana, 54 su 55 Stati africani hanno ratificato l’accordo di libero scambio, che porterà alla progressiva eliminazione dei dazi doganali tra nazioni del continente e di conseguenza alla facilitazione della libera circolazione di beni al suo interno.
Siamo abituati a pensare all’Africa come ad una nazione povera, che arranca anche solo a ricorrere gli standard di progresso nell’impresa e nelle infrastrutture. Questo “paese in via di sviluppo” ha invece al suo interno tutto il necessario per autosostentarsi; ma una storia di colonialismo, governi instabili e guerre civili hanno messo in ginocchio questo Continente, che viene ormai visto con una patina di assistenzialismo, alla stregua del senzatetto a cui si fa elemosina con la certezza che non sarebbe mai in grado, nella società, di ottenere nulla da solo.
L’implementazione del Trattato creerebbe (almeno in teoria) invece un mercato unico, di pressoché 1,3 miliardi di persone e, conseguentemente, ad un blocco economico di 3.4 trilioni di dollari. Questo porterebbe alla più grande area di libero scambio al mondo – con una superficie di 30 221 532 km quadrati l’africa è il terzo continente per dimensione – e quindi ad un mercato continentale compatto ed per beni e servizi, ad una circolazione fluida di capitali e –perché no- persone. Ma vediamo più nello specifico di cosa si tratta.

aeon
Il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, (in inglese African Continental Free Trade Agreement, abbreviato AfCFTA) è un trattato di natura internazionale che si occupa di regolamentare l’apertura delle frontiere. Sono inoltre già state raggiunte le 22 ratifiche necessarie per l’entrata in vigore dell’accordo. L’unico stato africano a non aver né firmato né ratificato è l’Eritrea. Si tratta comunque dell’accordo commerciale internazionale più imponente per numero di Paesi coinvolti e per estensione dell’area interessata. Al suo interno si stabilisce l’eliminazione dei dazi alle importazioni e la cancellazione delle barriere tariffarie sul 90% delle merci coinvolte negli scambi interni, mentre il restante 10% di dazi – identificati come “prodotti sensibili” – verrà analizzato per poter essere eliminato in una seconda fase.

Com’è possibile nella pratica una tale manovra?

La riduzione delle tasse doganali al livello della “Most Favoured Nation” (MFN) corrisponde in poche parole alla normalizzazione dei rapporti commerciali tra gli Stati tramite l’applicazione a ognuno di essi del dazio più basso applicato da ciascun Paese, ovvero quello applicato nei confronti dello Stato con cui ha i migliori rapporti diplomatici. Questo risolverebbe una serie di problemi che si riscontrano nel commercio interno del Continente, poiché solitamente gli Stati africani applicano le tasse doganali più alte proprio agli Stati  confinanti.
Questo, insieme allo snellimento delle procedure burocratiche risulterebbe in un
risparmio cospicuo di tempo e di denaro. Ma gli intenti del AfCFTA sono molteplici. Innanzitutto, il principio cardine è creare un unico mercato per beni e servizi, con libera circolazione per persone e investimenti aziendali. Ottenutolo, sarà possibile aprire la strada per accelerare la creazione dell’Unione doganale, così da espandere gli scambi intra-africani. Una delle conseguenze principali sarebbe la riduzione del tempo trascorso
alla dogana per far sì che il passaggio delle merci venga approvato. La procedura è infatti estremamente lunga e costosa, richiede un numero elevato di documenti non sempre facilmente reperibili. Il commercio interno è un serio problema dell’economia Africana, scoraggiato non solo dai dazi doganali, ma anche da una burocrazia stagnante che crea tempistiche insostenibili per l’attraversamento di confine, per non parlare poi dei problemi di infrastruttura che contribuiscono ulteriormente a scoraggiare lo scambio nel continente. S’intende così favorire anche lo sviluppo della manifattura locale, in modo da superare il sistema economico incentrato sull’export delle materie prime, migliorando allo stesso tempo la competitività per quanto riguarda industria e impresa.
Un esempio lampante di questa possibile prospettiva è nel Cacao. La maggior parte del cioccolato che compriamo, che provenga esso da una multinazionale europea o americana, viene in realtà dall’Africa. Nel mercato del Cacao e derivati sono infatti Ghana e Costa D’Avorio a produrre circa il 60% della materia prima. Perché allora incassano il 6% dei profitti totali?
Questo perché il cacao che viene coltivato in Africa non rimane nel continente per essere raffinato, ma viene esportato come materia grezza. Una volta portato fuori dal paese e lavorato, viene venduto al resto del mondo come prodotto finito, prodotto che anche l’Africa è costretta ad acquistare ad un prezzo –paradossalmente- molto più alto.
Il Trattato è una misura politica ed economica volta ad invertire questo processo, sottraendo di conseguenza forza economica a tutti quegli altri Stati che fino ad ora hanno acquistato dal Continente.

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I governi di Accra e Yamoussoukro si stanno accordando in una strategia comune per
costruire in Africa l’industria per la produzione di un cioccolato che sia appetibile sui mercati internazionali. Con l’AfCFTA questa “piccola” sfida ai colossi mondiali del cioccolato potrebbe diventare piuttosto pericolosa. Questo perché l’obiettivo primario dell’AfCFTA è quello di portare dinamicità all’economia Africana e, soprattutto, al commercio continentale. Tutto ciò rifacendosi all’esempio europeo di favorire una
maggiore collaborazione politica tra gli Stati, ma anche ad un più voluminoso scambio di beni e servizi e alla necessità di armonizzare regole e standard.
In altre parole, si sta tentando di portare l’Africa ad attuare quel processo che portò proprio l’Europa di inizio Novecento su un sentiero di crescita e sviluppo. Una transizione storica piuttosto rilevante, se la si paragona all’avvio dell’Unione Doganale che nel 1957 portò nascita della Comunità Europea, che verrà poi assorbita dall’UE nel 2009, passando al cosiddetto “mercato unico”. Fase cruciale di un processo  “non basato su statalismo, dirigismo, retorica delle chiacchiere e aiuti internazionali, che spesso finiscono solo nelle mani di classi dirigenti corrotte e alimentano corruzione e guerre; ma sul mercato e il libero commercio.”
Tale progetto si può considerare in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dalle Nazioni Unite per il 2030, ma non solo: è anche un processo verso il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Africana 2063.
Per chi non lo sapesse l’agenda africana è un quadro strategico per la trasformazione socioeconomica del continente africano nei prossimi 50 anni. L’Agenda si basa su iniziative presenti e passate, come il NEPAD (partenariato sviluppo Africa) e i trattati nigeriani di Lagos e Abuja dell’ECOWAS e dell’AEC. Obiettivo dell’agenda “un ‘Africa integrata, prospera e pacifica, guidata dai suoi stessi cittadini e che rappresenta una forza dinamica nell’arena internazionale”. Il tutto ovviamente secondo i parametri dell’Unione Africana, unione giovane (nasce col vertice africano del 2002 a Durban, in Sudafrica) ma che sta già cercando di farsi strada nel panorama internazionale.

Si vuole quindi raggiungere per il continente una serie di obiettivi quali: il miglioramento della qualità della vita, la stabilizzazione economica e l’integrazione politica del continente.

Dai dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo infatti, con l’area di libero scambio si avrebbe un incremento nel commercio tra l’Africa e il resto del mondo pari a circa il 2,8% con tre anni di anticipo rispetto alle previsioni senza accordo (che erano state effettuate per il 2022). Ugualmente, il peso del commercio intra-africano sugli scambi commerciali totali del continente passerebbe dal 10,2% al 15,5%, con un aumento interno del 52,3% rispetto alle medesime proiezioni per il 2022. I maggiori benefici sarebbero visibili nel settore agricolo e quello industriale.Questo permetterebbe la diminuzione degli introiti derivanti dalle tasse doganali, che verrebbe compensata da un aumento del reddito e del salario reale, come conseguenza possibile di un aumento degli export.
Tra i Primi dieci Paesi che crescono di più nell’economia sostenibile cinque sono Africani; negli ultimi dieci anni il Pil continentale è aumentato del 30% e l’85% della popolazione vive in Paesi stabili. Questo ovviamente non esclude che siamo ancora lontani da un livello di benessere e reddito comparabile a quello Europeo. Ma se questo Trattato andrà in porto, come sembra stia accadendo, l’Africa avrà creato la più potente occasione di sviluppo che esista. L’avrà creata da sola, ribaltando l’archetipo ormai stagnante di un’Africa che necessita assistenzialismo ma che dal quale
non si può distanziare; se la sarà creata da sè, per sé.

neon

In un sistema globale dove l’individualismo liberale dilaga e non c’è spazio per nessuna forma aggregativa o economica di stampo (realmente!) socialista, questa è una delle cose migliori che potesse capitare all’Africa.

Ed è così ci si dovrebbe porre rispetto alla cosiddetta emergenza dei flussi di migrazioni, con un contributo economico costruttivo per l’affermazione del proprio Paese nel panorama internazionale.
Ma soprattutto, è così che si fornisce a centinaia di milioni di persone la possibilità di una vita serena, dignitosa e pacifica. Come un frutto, il Capitalismo si avvia verso le sue fasi più mature e, sempre più, il suo corpo s’ingrassa e s’appesantisce per staccarsi dall’alto e cadere a terra. Cadrà poco dopo aver raggiunto il suo apice, di succoso e maturo frutto del Peccato. L’autonomia economica dell’Africa porterà alla possibilità di scoprire, all’interno della popolazione umana che abita il continente, la possibilità di comprendere la dinamica di classe il cui gioco l’attanaglia da anni. Con la nascita di una netta differenza di classe, l’ascesa di una borghesia interna al continente, creerà finalmente una lotta ad armi pari. La chance di comprendere la coscienza di classe sarà una scintilla pronta a far esplodere anni di repressione e schiavismo. Farà tornare al mittente tutto il pietismo e il buonismo con cui ci siamo permessi di saccheggiare l’Africa. Lasciandola accelerare, accadrà ciò che l’Occidente ha sempre temuto: verremo raggiunti. Si spera, superati.

Avremmo dovuto cooperare, offrire asilo. L’elemosina è uno strumento verticale atto a mantener netti i confini delle classi. Spinti da guerre esterne e intestine, l’Africa di ha sostanzialmente chiesto aiuto, e noi gli abbiamo sempre lanciato qualche spicciolo perchè -in fondo- vogliamo che non ottenga molto altro,

Ma è opportuno ricordare cosa succede quando popolazioni disperate si accatastano al confine di un territorio. Durante la gloria di Roma, ci fu un momento simile: i Goti erano stati spinti già dai Mongoli, attorno ai confini dell’Impero Romano. Si accumularono ai confini dell’impero e vennero subito respinti come un minaccia. Pirenne ne scrive lasciando intuire che cercassero principalmente asilo, quando furono attaccati al confine.
Era una richiesta d’aiuto, che è diventata un’invasione. Poi è crollato l’Impero Romano.

Oh, My Sweet Love:

VUOI VEDERE
IL TRAMONTO
DELL’OCCIDENTE
CON ME?

Rae Mary

404ERRORE404

 

 

La Coscienza\Specie
sgusciando silenziosa
via dalle fauci
del Capitalismo

è qui, che crea
rabbiosa e iridescente
la sua Arma Psichica
Definitiva:

L’inventiva Collettiva!

Lo Stato Presente
trema

di fronte alla gloriosa
Guerriglia Psicogeografica!

NO!
Non ci basta più
Moderare!
Non ci basta più
Redistribuire!

Abbiamo corso
in cerchio
smussando le classi
in superficie

quanto bastava
per darci l’illusione
di non star a servire
in uno Stato infetto:

BASTA! Taglia di netto
questa inutile appendice!

DATECI TUTTO
E TENETEVI LE BRICIOLE

Il Welfare ci fa schifo!
UNICO DIRITTO GARANTITO:
L’OZIO E IL SACCHEGGIO!

G-ZERO-01

“E guarda il caso ha voluto che fossimo salvi
Ma salvando ha sovrascritto sul file precedente:

Prima di noi
non è rimasto più niente”

\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\

 

Tu
Fragile
come tutti i Mostri

Lo sai che
nessuno verrà
a ricomporre
i tuoi frammenti?

Ho pietà di te
che sei
e non conosci altro
che Pestilenza
e Carestia

Un morbo
che divora
per natura
che avvelena
per contatto

Io ti amavo
Come un Dio

E per questo
come un Eroe
Pagano
ti strapperò via
dal petto
putrido
putrescente
decomposto

Qualsiasi cosa sia
ciò che dovresti avere
nel cavo destinato
al Cuore

con la mano rigonfia
di carogna
e sangue nero
riposerò
finalmente
come un’Eroe
che per esser tale
deve uccidere
la Chimera

\\\\\\\\

DISSANGUA

STRONZO!

\\Sirena\\

“Forse non ho più
pensieri utili
Forse non ne ho mai
avuti.”

\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\

\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\\

 

Schiava dei miei
pensieri insulsi

Non tutto ciò che
è invisibile
è immateriale

Energia condensata
a basse frequenze
diventa materia

Impulsi
e resistenze
stringono questa morsa
sulla mia giugulare:

non si ferma
eppure
non mi uccide.

Il mio apparato
cognitivo-percettivo
è costantemente
sotto assedio

Col sangue in bocca
Ringhio
di un ringhio politico:

Contro il Nome!
Contro la Parola!
Contro l’Astrazione!

E anche tu, stai attento!
Ti sta soffocando
in una morsa invisibile:

la tensione
tra concetto
e rappresentazione.

Non vedi, ma
tende la lama
sulla tua giugulare

L’uomo ha abbandonato
il suo canto ferale

il comunismo primitivo
è stato saccheggiato
dalla cultura orale

Sull’altare della Parola
Serva umile della Menzogna
si prepara un gesto votivo
al profano progresso
cui volgiamo

E s’incatena
in quella morsa
l’impulso connettivo
umano

S’incancrena
nelle gabbie del Verbo
come catene
invisibili

Non t’accorgi più
d’essere un’ombra
in una rete di gesso
vuota e sorda

Assuefatto e soggiogato
al concetto di Concetto

Distratto e appagato
dalla capacità di concepire
l’Astratto

Ciecamente nutri
un virus che divora il tuo Sentire

Il Pensiero
Affina
la concezione
del Mondo

Il Pensiero
Affila
la concezione
del Mondo