Imporre una separazione è sempre di un atto di autorità. Allora poi, per quanto tu lo abbia pensato e ripensato dentro di te, quando arrivi a farlo ti sembra ingiusto, perché senti sempre di star facendo una violenza a rompere un’esperienza straordinaria come quella dell’amore.
Per queste cose ci vorrebbe grande delicatezza e tenerezza. L’ironia della vita vuole invece che ciò avvenga quando siamo solitamente ridotti all’osso e diamo il peggio di noi stessi, diciamo le parole sbagliate; e le diciamo anche nei rari casi in cui arriviamo a quel momento cercando di trovare le parole giuste.
Credo sia questo che provoca quella sensazione di irrisolto e dubbio quando stiamo andando via, sensazione molto simile alla quella di aver dimenticato qualcosa di indispensabile o aver fallito una risposta cruciale ad un test importante, la sensazione di aver fatto un torto.
Il principio della militanza gioiosa richiede che il nostro modo di fare politica sia liberatorio, in grado cioè di cambiare la nostra vita in modo positivo, di farci crescere, di darci gioia, se così non è c’è qualcosa di sbagliato.
La politica triste spesso nasce dalla sopravvalutazione delle nostre possibilità individuali, unita alla conseguente tendenza a sovraccaricarci di lavoro. Mi fa pensare alle metamorfosi di Nietzsche, in Così parlòZarathustra, in cui il cammello viene descritto come la bestia da soma, l’incarnazione dello spirito di austerità. Il cammello è il prototipo dei militanti che sono sempre carichi di un’enorme mole di lavoro, perché credono che il destino del mondo dipenda da loro. Gli eroici militanti stacanovisti sono sempre tristi perché cercano di fare così tanto che non sono mai pienamente presenti a ciò che fanno, non sono mai pienamente presenti alla loro vita e non riescono dunque ad apprezzare le effettive possibilità di trasformazione del loro lavoro politico. Quando assumiamo questa postura, finiamo anche per cadere nella frustrazione, perché ciò che facciamo non ci trasforma e non ci dà il tempo di trasformare i rapporti con le persone con cui lavoriamo.
L’errore sta nel fissare obiettivi che non possiamo raggiungere e nel lottare sempre contro qualcosa, piuttosto che cercare di costruire qualcosa. Questo significa che siamo sempre proiettati verso il futuro, mentre una politica gioiosa è quella costruttiva già nel presente. Una cosa che oggi sentono sempre più persone. Non possiamo fissare i nostri obiettivi in un futuro che si allontana costantemente. Dobbiamo piuttosto puntare a obiettivi che possiamo raggiungere, almeno in parte, anche nel presente, anche se, ovviamente, il nostro orizzonte deve essere più ampio. Essere politicamente attivi deve cambiare in meglio la nostra vita e i nostri rapporti con le persone che ci circondano. La tristezza arriva quando ciò che si deve raggiungere viene rimandato continuamente a un futuro che non vediamo mai arrivare, rendendoci di conseguenza ciechi rispetto a ciò che sarebbe possibile nel presente.
Biasimo anche la nozione di «sacrificio». Non credo nel sacrificio, nella misura in cui incarna un obbligo a reprimere noi stessi, a fare cose che vanno contro i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre possibilità. Questo non vuol dire che la militanza non produca sofferenza. Ma c’è una differenza tra il soffrire perché qualcosa che abbiamo deciso di fare ha delle conseguenze dolorose ⎼ come affrontare la repressione, vedere le persone a cui teniamo soffrire ⎼ e il sacrificio di sé, che è fare qualcosa contro il proprio desiderio e la propria volontà, solo perché pensiamo sia un nostro dovere. Questo rende gli individui infelici e insoddisfatti. Il lavoro politico deve essere, invece, curativo. Deve darci forza, visione, rafforzare il nostro senso di solidarietà, e farci realizzare la nostra reciprocità. Essere in grado di politicizzare il nostro dolore, trasformarlo in una fonte di conoscenza, in qualcosa che ci connette ad altre persone – tutto questo ha un potere curativo. È empowering (una parola, però, che non mi piace più).
Credo che la sinistra radicale si sia spesso mostrata incapace di attirare a sé le persone perché non ha prestato sufficiente attenzione all’aspetto riproduttivo del lavoro politico ⎼ le cene insieme, i canti che rafforzano il senso collettivo, le relazioni affettive che sviluppiamo tra di noi. Gli indigeni dell’America ci insegnano, ad esempio, quanto siano importanti le fiestas come mezzo non solo di ricreazione ma anche di costruzione della solidarietà, di significazione del nostro reciproco affetto e della nostra responsabilità. Ci insegnano l’importanza delle attività che fanno riunire le persone, che ci fanno sentire il calore della solidarietà e costruiscono la fiducia. Per questo prendono molto sul serio l’organizzazione delle fiestas. Con tutti i loro limiti, le organizzazioni dei lavoratori hanno assolto, in passato, a questa funzione, con la creazione di centri dove i lavoratori (maschi) erano soliti recarsi dopo il lavoro, per bere un bicchiere di vino, incontrare i compagni, o aggiornarsi sulle ultime notizie e sui piani d’azione. In questo modo la politica creava una famiglia allargata, garantiva la trasmissione del sapere tra le diverse generazioni e la stessa politica acquisiva un significato diverso. Non è stato così per la sinistra ai giorni nostri, ed è anche per questo che spesso entra in gioco la tristezza. Il lavoro politico dovrebbe invece cambiare i nostri rapporti con le persone, rafforzare i legami, darci coraggio nella consapevolezza che non affrontiamo il mondo da soli.
Preferisco parlare di gioia piuttosto che di felicità perché la gioia è una passione attiva. Non è uno stato d’animo stagnante. Non è la soddisfazione per le cose così come sono. È sentire la nostra potenza, vedere le nostre capacità crescere, in noi stessi e nelle persone che ci stanno attorno. È un sentimento che nasce da un processo di trasformazione. Significa, con il linguaggio di Spinoza, che comprendiamo la situazione in cui ci troviamo e che ci muoviamo secondo ciò che ci viene richiesto in quel momento. Sentiamo quindi che abbiamo il potere di cambiare e che, insieme ad altre e altri stiamo cambiando. Non è la mera acquiescenza di ciò che esiste.
Per Spinoza la gioia ha origine nella ragione e nella comprensione. È importante, in questo senso, comprendere che tutti approdiamo alla militanza con delle cicatrici, che sono i segni della vita in una società capitalistica. E questo è il motivo per cui vogliamo lottare, per cui vogliamo cambiare il mondo. Non ce ne sarebbe bisogno se fossimo già degli esseri umani perfetti ⎼ qualunque cosa questo voglia dire. Ma restiamo poi delusi, perché immaginiamo che nella militanza troveremo solo relazioni armoniose, ma invece troviamo gelosie, maldicenze, rapporti di potere asimmetrici.
Anche nel movimento delle donne possiamo sperimentare relazioni dolorose e deludenti. Anzi, è proprio nei gruppi e nelle organizzazioni femminili che abbiamo più probabilità di sperimentare le delusioni e i dolori più profondi. Perché se possiamo aspettarci di essere deluse e tradite dagli uomini, non ce lo aspettiamo dalle donne, e non riusciamo nemmeno a immaginare che come donne siamo in grado di farci del male l’un l’altra. Può capitare di sentirci svalutate, invisibili, o di far sentire altre donne così. Ci sono ovviamente casi in cui dietro i conflitti personali ci sono differenze politiche non riconosciute che non è possibile superare. Ma è anche possibile sentirsi tradite e col cuore spezzato perché presupponiamo che l’appartenenza ad un movimento radicale ⎼ e, in particolare, ad un movimento femminista ⎼ sia una garanzia di liberazione da tutte le ferite che portiamo sul nostro corpo e nella nostra anima. E così, abbassiamo le difese come mai avremmo fatto nei nostri rapporti personali con gli uomini o nelle organizzazioni miste. Inevitabilmente la tristezza si fa sentire, a volte fino al punto che decidiamo di andarcene. Con il tempo impariamo che le meschinità, le gelosie, le eccessive vulnerabilità che troviamo nei movimenti delle donne sono spesso parte delle distorsioni che la vita crea in una società capitalistica. Fa parte della nostra crescita politica imparare a identificarle e a non esserne distrutte.
Titolo originale: «On Joyful Militancy», in Beyond the Periphery of the Skin: Rethinking, Remaking, and Reclaiming the Body in Contemporary Capitalism (PM Press, 2020).
Oggi è il Tarantino Day ed io ho scritto ‘sta roba sul giornale dove lavoro : enjoy.
È più facile elencare i film che non hanno influenzato Quentin Tarantino di quelli che lo hanno fatto. Il regista è sicuramente una personalità eccentrica dall’animo piuttosto volubile. Infatti, come i suoi fan hanno potuto notare, sembra non stancarsi mai di sottolineare tutti i film a cui fa riferimento, a cui rende omaggio, o che semplicemente lo hanno ispirato.
Le citazioni di Tarantino in Kill Bill Vol. 1 e 2
Con l’uscita di Kill Bill, Vol 1 e 2, Quentin Tarantino s’è aggiudicato un posto nel cuore di molti. In queste pellicole il vizio di “prendere in prestito” che caratterizza il regista ha raggiunto proporzioni senza precedenti.
Kill Bill by Quentin Tarantino – fonte: google
Le due parti del film, dopo un’attenta analisi, si scoprono per ciò che sono: una lunghissima e variegata citazione. Il film, parte 1 e 2, è realizzato quasi interamente da elementi di altri film. Coerentemente ai gusti del resista (piuttosto raffinati, a mio parere), ne esce fuori ciò che principalmente Tarantino definisce come “Cinema del Grindhouse“. Per chi non lo sapesse, con Grindhouse si definisce un termine generico per i cheap movies che sono stati distribuiti nei cinema statunitensi a buon mercato intorno agli anni ’70. Parliamo di film sulle arti marziali cinesi, film sui samurai giapponesi, film di blaxploitation e – ovviamente – spaghetti western.
Nel dettaglio:
Non basterebbe il più nerd dei cinefili per classificare tutto ciò che Tarantino sceglie di inserire nei suoi lavori. Nè tantomeno per spiegare i dettagli esatti di ciò a cui si fa riferimento, quando, o come.
Tarantino e Uma Thurman durante le riprese di Kill Bill – fonte: google
Esiste uno spiraglio di salvezza per i più curiosi. Si tratta di un sito fan-made (creato da più persone che contribuiscono ognuna a suo modo) incentrato proprio sul regista: Quentin Tarantino Archives. Il sito identifica al momento circa 80 film solo per ciò che han ispirato Kill Bill. Si parte da Marnie del celeberrimo Alfred Hitchcock – per quel che riguarda ad esempio la stessa scena dell’infermiera che cammina lungo il corridoio – al gusto dell’horror retro giapponese di pellicole sconosciute ai più. Il cielo arancione del tramonto nella scena dell’aereo è infatti una citazione del film Goke: Bodysnatcher From Hell di Hajime Sato, del quale cerca di riprendere soprattutto il mood. Ma perchè ho deciso di parlare di Mood?
Cos’è una Moodboard:
Prima di continuare vorrei fare una piccola partentesi sul perchè parlerò di mood del film, nel citare delle pellicole che hanno influenzato Quentin Tarantino. Nell’ambito della produzione artistica la Moodboard altro non è che una serie di immagini: fotogrammi di film, poster, opere d’arte, quadri e molto altro. Non devono essere coerenti dal punto di vista della narrazione, ma dare una sensazione specifica a chi le osserva. Le immagini vengono unite tra di loro come in un collage che serve ai creativi per poter visualizzare in un formato visivo un determinato progetto e i concept ad esso correlati.
Nelle pellicole di Tarantino la Moodboard è un gigantesco mosaico di film sconosciuti ai più, ai quali in un certo senso il regista ha dato la possibilità di essere fruiti anche dal grande pubblico.
Ancora su Kill Bill:
Quattro film chiave per ricomporre i frammenti dei due Kill Bill sono dei rivelatori della personalità del regista, e ci danno informazioni sul mood che vuole dare ad ogni sua opera. Innanzitutto, un fatto curioso: tutti furono realizzati tra il 1972 e il 1974, e uno solo è un film americano. Iniziamo da questo.
The Doll Squad, un film che ha ispirato Tarantino – fonte: google
The Doll Squad è un film kitsch e low budget che privilegia la parte visiva\sensoriale (come ad esempio i costumi, le scenografie e la colonna sonora) rispetto al rigore drammatico e ai tecnicismi. È stato diretto dal prolifico Ted V Mikels. Egli ha in seguito ha affermato che la serie TV Charlie’s Angels è stata direttamente influenzata dalla sua visione di agenti donne dalle sensualità voluttuose, altrettanto esperte nel combattimento come nella seduzione. Il riferimento alla Doll Squad è evidente. Il film, inoltre, strizza l’occhio ai thriller di spionaggio come i film di James Bond e le opere di Russ Meyer. Modello ovvio per il team di agenti femminili di Kill Bill, confluendo nello splendore del Deadly Viper Assassination Squad.
Sui tre film “stranieri”:
Più interessanti di per sé sono i tre film stranieri: due film giapponesi e uno svedese. Per il Giappone troviamo: Lady Snowblood e Female Convict Scorpion: Jailhouse 41. Invece per l’ultima citazione passiamo al thriller En Grym Film, dalla Svezia. Tutti e tre i film hanno come tema centrale lo stesso di Kill Bill: delle donne ferite in cerca di vendetta.
Lady Snowblood è una spadaccina del 19 ° secolo che insegue gli uomini che hanno ucciso il marito di sua madre. Il film è praticamente un modello narrativo sul quale il regista s’è basato per l’intero Kill Bill Vol 1, fino all’idea della lotta scenica e sanguinosa durante una festa in maschera. Female ConvictScorpion: Jailhouse 41, invece, parla di una detenuta fuggita che spara al crudele guardiano che l’ha rinchiusa.
En Grym, altra ispirazione di Tarantino – fonte: google
Il Thriller che colpisce più duramente però (così crudo da essere stato bandito in Svezia) è En Grym. La pellicola è incentrata su una ragazza innocente che viene trasformata in una schiava sessuale mutilata dai suoi rapitori, che per soggiogarla la rendono dipendente dall’eroina. Tarantino in particolare usò questi elementi per l’estetica di Daryl Hannah: la benda sull’occhio del suo personaggio è un tributo all’eroina del thriller svedese.
Per cosa il merito di Tarantino è inestimabile
Sulla base di queste citazioni (che sono soltanto una parte) potrebbe venir spontaneo ripensare a Tarantino come ad un cineasta non originale, che ruba da film che nessun altro probabilmente vedrà e li fa suoi. Ma sarebbe quantomeno ingenuo credere che una pellicola sia solo la somma delle sue ispirazioni. Oltretutto, è evidente a tutti che Tarantino non è la prima persona a fare un film senza formulare un linguaggio cinematografico totalmente da zero, con solamente materiale nuovo di zecca. Gli stessi produttori di Matrix, ad esempio, hanno estratto aree simili del cinema d’azione asiatico, della sua sottocultura cyberpunk (citerò Testuo senza troppo dilungarmi) ma lo hanno nascosto sotto una patina di sfarzo hollywoodiano. Tarantino invece lascia in superficie i suoi riferimenti perché tutti possano usufruirne.O anche elencarli ossessivamente e inserirli in un sito fan-made, per i più appassionati.
A questo proposito, Tarantino potrebbe svolgere una funzione preziosa: riportare i film altrimenti marginali, nel gusto più mainstream. Il remake del film sugli zombi Dawn of the Dead ha spaccato il botteghino negli USA, dato sulla base del quale alcuni hanno sostenuto che il cinema “cult” è il nuovo mainstream. Ma quanti di noi avrebbero conosciuto film come quelli citati nelle pellicole Tarantiniane, senza il contributo dello stesso Quentin?
Tarantino e i Classici: Pulp Fiction
Sappiamo che Tarantino ama i B-Movies e il genere exploitation. Ma la lista dei cineasti che Tarantino ha voluto ricordare attraverso la costruzione di un’inquadratura o nelle semplici azioni dei personaggi in scena è variegata e molteplice: si pensi ad esempio al twist di Uma Thurman e John Travolta in Pulp Fiction che riesce con una freschezza del tutto nuova ad omaggiare 8½ di Fellini.
Tarantino e l’ispirazione di Dino Buzzati per Pulp Fiction- fonte: google
A questo possiamo aggiungere una citazione letteraria per una scena che coinvolge Vincent Vega, protagonista di Pulp Fiction interpretato da John Travolta. Quando Vincent va in bagno legge e sfoglia una copia di Modesty Blaise di Peter O’Donnel. Si tratta del fumetto che ha per protagonista una giovane donna addestrata al crimine. Quindi vediamo tornare i temi che avevano già preponderato in Kill Bill.
The Hateful Eight
L’autore s’è sbizzarrito poi in The Hateful Eight. Oltre alle inevitabili citazioni de I magnifici sette e Il buono, il brutto e il cattivo ci sono altri riferimenti che solo pochi esperti possono cogliere. Come, per esempio, quello tratto da L’ultima casa a sinistra, di cui Tarantino riprende sia la musica con il brano Now You’re All Alone ma anche il colpo di pistola che conclude le scene di entrambi i film. Inoltre, restando in tema “classici“, il film ricorda molto la struttura dei gialli di Agatha Christie, per la capacità di creare tensione intorno alla ricerca del colpevole dell’omicidio. Tarantino confermerà poi questa teoria. In particolare, ci sono riferimenti al romanzo più famoso della Christie: Dieci piccoli indiani. Si riprende il topos del gruppo di persone chiuso in una casa, un assassino tra di loro. Piano piano, non ne rimane più nessuno in vita.
I suoi film sono un misto di classici e opere di nicchia, che vanno dalla letteratura al cinema, e non solo.
In certo senso, si strizza anche l’occhio al concept de La Casa di Sam Raimi. Tarantino ci mostra cosa accade quando una combriccola di bugiardi sono costretti a condividere la stessa stanza e gli vengono date delle armi: il risultato è una carneficina, con un sottofondo d’insegnamento morale (forse!).
The Hateful Eight by Quentin Tarantino – fonte: google
Curiosa, inoltre, la scelta del 70 mm, già utilizzata ai tempi nei grandi classici quali “Ben Hur” e dimenticata per la bellezza di circa cinquant’anni. Grazie a questa particolare e piuttosto costosa pellicola l’immagine ha un miglioramento pari a sei volte quella di una più comune 35mm. Purtroppo questo formato in Italia è stato reso disponibile solo in pochissime sale.
Le iene
Il nome stesso del film è una citazione. Si dice che il giovane Tarantino, apprezzando molto la pellicola francese di Louis Malle, Au Revoir Les Enfants!, tendesse a parlarne ossessivamente e storpiarne una parte del titolo – in, appunto Reservoir. Il suo capo di allora (ai tempi lavorava in una cineteca) era stufo di sentirlo citare il film e gli disse
“I don’t want to see no reservoir dogs!“
Da questa frase deriva il titolo originale de Le iene: ovvero Reservoir Dogs. La fantasia del regista ha poi completato il processo con un’altra distorsione e un’altra citazione. Si dice che l’appellativo usato da Tarantino per la pellicola di Malle sia poi stato fuso con un’altra pellicola da lui particolarmente apprezzata, cioè Cane di paglia di Sam Peckinpah (Straw Dogs in originale). Che sia una storia romanzata, non possiamo saperlo.
Certo è però che anche qui, il film ha dei rimandi cinematografici forti. Nel caso specifico delle Iene molti hanno addirittura accusato Quentin Tarantino di aver copiato il film City on Fire di Ringo Lam.
City on fire: un caposaldo del cinema di Honk Kong
In effetti i parallelismi sono lampanti: sia per alcune scene de Le iene (il triello, la tortura), sia anche per alcuni risvolti della trama. Infatti si parla in ambo i casi si una rapina fallita. Sicuramente troviamo anche sequenze simili: il mexican standoff finale e lo sparo di Ko Chow a un suo collega sono due esempi. Il regista americano ha preso chiaramente spunto dal film, rendendolo peculiare e personale. Come farà in seguito con La sposa in nero di François Truffaut per Kill Bill: rielaborando qualcosa che l’ha colpito, facendolo suo e trasformandolo in qualcosa di nuovo e autonomo. Il senso delle “citazioni” Tarantiniane è questo: catturare un mood, anche con topoi paralleli nella narrazione, traendone fuori pellicole che poi si rivelano essere completamente diverse dall’originale. Lo stesso Tarantino ha chiuso a suo modo il caso, citando un altro artista controverso come Pablo Picasso:
I bravi artisti copiano, i grandi rubano.
Piccole curiosità sulle pellicole di Tarantino:
Una curiosità riguardo un film meno conosciuto di Tarantino: Jackie Brown. Si tratta dell’unico film di Tarantino tratto esplicitamente da un libro. Il romanzo in questione è Punch al rum, ed è stato scritto da uno degli scrittori preferiti del regista, Elmore Leonard. La curiosità però è che egli è anche autore del libro Scambio a sorpresa, libro che Quentin rubò all’età di quindici anni. Una parte del film Jackie Brown infatti, è ambientata proprio nel centro commerciale in cui il regista rubò il libro, ossia il Del Amo Fashion Center.
La rivisitazione di film come Django (omaggio al celebre classico del western, l’omonimo film di Corbucci) e The Hateful Eight sono ovviamente molto debitrici allo spaghetti western all’italiana. Specialmente (ma questo è noto già ai più) i film di Sergio Leone. Ma concentriamoci sulle citazioni più originali, e sui motivi che spingono Tarantino a modellare questo caleidoscopico collage, che va dal Grande Cinema ai B-Movies.
Tarantino (le Iene) e l’influenza di Ringo Lam (City on Fire) – fonte: google
Dai classici al Grindhouse: perchè?
Tarantino ha fondamentalmente lavorato per mettere in luce i suoi film preferiti che considerava ingiustamente sottovalutati, o dimenticati. Su sua richiesta, lo studio di Hollywood Miramax ha formato la Rolling Thunder Pictures, che era ormai defunta, per distribuire e rilasciare dei film particolari come Chungking Express e Sonatine di Takeshi Kitano, un maestro cineasta che – in effetti – non è conosciuto come meriterebbe.
Da dove nasce l’amore di Tarantino per queste pellicole?
Quentin Tarantino racconta di sè giovane ossessionato dal cinema, che veniva portato dalla madre a vedere le prime pellicole e che ha iniziato una sempre più profonda ricerca in questo ambito. Ma c’è di più, secondo me. Da ciò che possiamo vedere noi, come spettatori delle sue pellicole, Tarantino trova in questi film low budget una freschezza visiva e un’immediatezza che i grandi classici non possiedono, i quali però hanno una solita struttura drammaturgica e un grande spessore narrativo. La mission di Tarantino sembra quindi essere chiara: unire il meglio degli estremi, creando qualcosa di…. ancora più estremo!
E a me, sinceramente, non può che piacere così.
Fellin (8e 1\2) e Tarantino (Pulp Fiction) – fonte: google
L’emergenza COVID-19 è ormai la notizia più diffusa sui nostri media e l’OMS parla di pandemia globale.
Situazioni storiche come questa sono uno specchio per l’umanità. Riflettono le relazioni morali che le persone hanno l’una verso l’altra, come afferma lo storico Frank M. Snowden.
Nel suo nuovo libro “Epidemics and Society: From the Black Death to the Present” Snowden, professore di storia e storia della medicina a Yale, esamina i diversi modi tramite cui i focolai di malattie hanno plasmato la politica, modificato gli assetti delle nazioni e portato a rivolte popolari. Analizza come situazioni simili hanno messo in luce la radicata discriminazione razziale ed economica dei popoli che ne erano colpiti. Non ci mettiamo molto a renderci conto che anche il Coronavirus si attende perfettamente alle analisi di Snowden.
Le epidemie hanno modificato le società attraverso le quali si sono diffuse, influenzando le relazioni personali, politiche ed intellettuali.
“Le malattie epidemiche non sono eventi casuali che affliggono le società in modo capriccioso e senza preavviso“, scrive. “Al contrario, ogni società produce le proprie specifiche vulnerabilità. Studiarli è capire la struttura di quella società, il suo tenore di vita e le sue priorità politiche “.
La parte principale della preparazione ad una pandemia è rendersi conto che ciò che colpisce una persona influenza tutti, ovunque. Il passo successivo è la realizzazione del fatto che siamo tutti parte di una specie e per questo abbiamo bisogno pensare come un unicum piuttosto che concentrarci sulle divisioni di razza ed etnia, stato economico e tutto il resto.
Una delle contraddizioni messe in luce dall’emergenza del COVID-19 è infatti l’individualismo radicalmente interiorizzato dell’uomo moderno, esasperato dalla paura della morte. Questo è un altro punto importante. Si tratta di un problema che solleva questioni filosofiche, religiose e morali molto profonde. Le epidemie sono una categoria di malattie che fanno riflettere sui lati più reconditi degli esseri umani, facendo luce su chi siamo veramente. Questo perché innanzitutto hanno tutto a che fare con il nostro rapporto con la mortalità: il rapporto che come singoli abbiamo con la morte, con la vita.
Perciò stando agli studi di Snowden si può affermare, almeno in parte, che le epidemie abbiano modellato la storia perché portano inevitabilmente gli esseri umani a porsi grandi domande sull’esistenza.
Lo scoppio della peste, per esempio, sollevò la questione della relazione dell’uomo con Dio. La popolazione nel Medioevo sé chiesta come potesse essere accaduta che una tale catastrofe in un universo dominato da una divinità saggia, onnisciente e onnipotente. Chi permetterebbe ai bambini di essere torturati, in angoscia, in gran numero?
Il tutto ha avuto un effetto enorme sull’economia. La peste bubbonica uccise metà della popolazione di tutti i continenti. Questo ebbe ovviamente un grande effetto sull’avvento della rivoluzione industriale, l’imperialismo e sui successivi eventi storici.
Questo si può collegare ad un’altra caratteristica delle ricorsive pandemie che l’umanità deve affrontare: la creazione di simboli comuni. Un altro esempio storico è dato dalla tubercolosi e su quanto fosse diversa nel periodo Romantico, quindi nel diciannovesimo secolo. Nel saggio di Frank Snowden è messa in luce la natura romanticizzata della malattia, evidenziando un aspetto diverso rispetto a come è stato per la peste.
Per quanto riguarda la peste, è stata una malattia che ha colpito tutti. Era la fine del mondo e la popolazione l’ha vissuta come l’apocalisse finale. Con la tubercolosi invece, questo fattore è venuto meno nelle persone. Pensavano – perchè le dottrine mediche dell’inizio del diciannovesimo secolo insegnavano loro questo – che fosse una malattia dell’élite, dell’artista, del bello. Un morbo “raffinato”, che rendeva le persone più belle. Questo fece sì, al livello culturale, che la moda del tempo spingesse anche la stessa estetica verso esempi tubercolari. Un esempio sono i quadri di Toulouse-Lautrec.
I preraffaelliti anch’essi sposarono questa estetica: i loro modelli spesso erano pazienti affetti da tubercolosi. Potremmo arrivare fino all’estetica di Schiele senza dover aggiungere molto altro.
La creazione di simboli collettivi (in questo caso specifico circoscritti all’Europa) è fondamentale per comprendere gli atteggiamenti e le decisioni di una popolazione. Superfluo forse è citare le modalità con cui i media stanno incentivando l’angoscia collettiva, producendo simboli di stampo razzista e isterico. Dalle spese compulsive, alle uscite di movida apotropaica, le risposte delle società sono reazioni diverse allo stesso stimolo. Tutto sta a come viene proposto.
Anche le epidemie, come le stiamo vivendo attualmente, hanno enormi effetti sulla stabilità sociale e politica. Quindi, penso che possiamo dire che non esiste una grande area della vita umana che le malattie epidemiche non abbiano toccato profondamente.
Vale la pena anche esplorare un altro fattore. Le malattie non affliggono le società in modo casuale e caotico. Sono eventi ordinati, perché i microbi si espandono e si diffondono selettivamente per esplorare le nicchie ecologiche che gli esseri umani hanno creato. Quelle nicchie mostrano molto chi siamo. Il colera e la tubercolosi nel passato e il COVID-19 nel mondo di oggi si muovono lungo le linee di confine create dalla povertà e dalla disuguaglianza.
Per quel che riguarda la diffusione e il contenimento invece, dipendono dal modo in cui, come popolo, sembriamo pronti ad accettare l’evento come inevitabile e tentare di contrastarlo, piuttosto che abbandonarsi all’isteria collettiva. Ma è anche vero che il modo in cui rispondiamo dipende molto dai nostri valori, dalla nostra cultura e dalla nostra sensibilità verso il concetto di essere parte della razza umana e non di unità più piccole. Bruce Aylward, che ha guidato la missione W.H.O. in Cina, ha detto che la cosa più importante che deve accadere, se vogliamo essere preparati ora e in futuro, è ci sia un cambiamento radicale nella nostra mentalità.Dobbiamo pensare che dobbiamo lavorare insieme come specie umana. Organizzarci per prenderci cura gli uni degli altri, per renderci conto che la salute delle persone più vulnerabili tra noi è un fattore determinante per la salute di tutti noi; e che , se non siamo preparati a farlo, non saremo mai, mai pronti ad affrontare queste sfide devastanti per la nostra umanità.
Passiamo al versante politico: come le epidemie possono portare ad insurrezioni e modificazioni del tessuto economico. Un esempio può essere il successo della ribellione haitiana e della Toussaint Louverture, che furono determinati soprattutto dalla febbre gialla. Quando Napoleone inviò la grande armata per ripristinare la schiavitù ad Haiti, la ribellione degli schiavi ebbe successo perché gli schiavi dall’Africa avevano l’immunità che gli europei bianchi che erano nell’esercito di Napoleone non avevano. Ha portato all’indipendenza haitiana.
Inoltre, dal punto di vista americano, questo fu ciò che portò alla decisione di Napoleone di abbandonare la proiezione del potere francese nel Nuovo Mondo e quindi di concordare, con Thomas Jefferson, nel 1803, l’Acquisto della Louisiana, che raddoppiò le dimensioni di gli Stati Uniti.
Questo ovviamente non ci da alcuno spunto per una previsione di ciò che avverrà nel mondo, ma può farci riflettere su come non ci troviamo solo nel corso di un’epidemia. Ci troviamo nel mezzo di un punto cruciale per la storia dell’uomo, in cui possiamo dimostrare di saper agire come specie.
Quanto abbiamo affermato sulla Pandemia, definendola uno specchio che riflette alcune caratteristiche di specie, non mostra solo il lato oscuro dell’umanità. Mostra anche il lato eroico.
Un ottimo esempio citato nel saggio è Medici senza frontiere, soprattutto nella crisi dell’Ebola in africa. Il modo in cui mettono consapevolmente in gioco le loro vite e il loro futuro, per nessun interesse personale e nessuna ricompensa, è un atto eroico. In contrasto con quell’individualismo interiorizzato che abbiamo estratto generazione dopo generazione dalla società moderna, agiscono semplicemente perché vogliono difendere la vita e la salute delle persone più deboli del mondo. Medici Senza Frontiere lo fa ogni giorno in molte parti del mondo, e anche adesso sono in Cina di fronte a questo.
Ma anche negli ospedali tradizionali si sta attualmente dimostrando l’eroismo umano. Molti medici stanno lavorando senza sosta nelle strutture di tutto il mondo (chi più, chi meno: a seconda dei governi vigenti) mostrandoci quella solidarietà di cui siamo tutti capaci come specie. Non c’è da stupirsi né da essere diffidenti: sotto tutti i pensieri monolitici scolpiti nell’individualismo, siamo ancora esseri sociali e quindi capaci di compassione. L’idea di Snowden si può spiegare con un paragone letterario che ci potrà sembrare melenso (perché siamo Italiani): il manzoniano Cardinale Borromeo. La figura esercita un discreto fascino sullo storico ed è curioso che scelga proprio la letteratura del nostro Paese. Ne “I Promessi sposi” l’arcivescovo di Milano andava nelle case dei contagiati per aiutare. Per prendersi cura delle persone più povere e indisposte di quello che definiva il suo “gregge”. Uscendo da una dinamica di pietas cattolica, che può solo risultare quantomeno riduttiva (e un po’ troppo verticale), è probabile che Snowden ammiri nel personaggio la capacità di concepire sé stesso come parte di un’entità maggiore. Un grande collettivo essere che necessita di essere tutelato, e per il quale ogni azione del singolo può contribuire al modellamento di un sistema più ampio.
La tensione politica ed economica, come in ogni crisi pandemica dove il contagio, si allarga su scala globale: è evidente.
La nostra cultura liberale (prevalentemente Occidentale, ma che si sta diffondendo nel mondo globalizzato come “miglior forma politica”) ci rende difficile comprendere il ruolo fondamentale della cooperazione in un simile momento. Ma questa non è la sola istituzione della contemporaneità che è stata messa in crisi. La gestione del COVID-19 e delle conseguenti crisi economiche che sta portando con sè (basti per noi citare il Calo di Piazza Affari) ci fa vedere come sono ormai obsoleti gli stati nazione, che stanno a malapena sostenendo una simile situazione. Anche il nostro concetto di lavoro è profondamente in crisi: molte sono le sommosse nelle fabbriche in questi giorni, e la crisi di Confindustria sembra star già avanzando. Le rivolte nelle carceri ci mostrano le falle del nostro sistema di giustizia.
Durante l’isolamento atto a poter diluire il contagio da Coronavirus ognuno si sente chiaramente montare l’accumulo di contraddizioni del Capitalismo che sembra attraversare una sorta di “Quaresima”.
Sarebbe arrogante credere di poter decidere che ruolo dare a quest’avvenimento storico; fatto sta che siamo davanti non ad un “glitch” o un errore nel corso degli eventi, ma una normale conseguenza delle sue premesse. Almeno questo è il punto di partenza. L’umanità ha sempre combattuto con morbi che hanno tentato di decimarla (riuscendoci, quando necessario) ponendo in molti casi la specie davanti a momenti di accelerazione storica. Oggi si riescono ad intravedere le prime crepe di questa iperstizione: il Capitalismo come lo conosciamo non può contenere simili emergenze umanitarie, in quanto sistema basato sulla continua crescita, finalizzato al reinvestimento di plusvalore e quindi sullo sviluppo (economico, e di pochi) piuttosto che alla tutela della popolazione (tutta).
Il Capitalismo non sa restare in condizioni di stasi: come uno squalo che smette di nuotare per riposare, affonderebbe nell’abisso. Il rallentamento – o peggio, lo stop – della macchina produttiva, sebbene conseguente a condizioni di allarme, non può essere sostenuto da un sistema che non mira al mantenimento di sé stesso ma ad una continua crescita.Non ci troviamo di certo davanti ad un scenario in stile Mad Max o Tank Girl, ma l’accumulo delle crepe interne di questo sistema si sente scricchiolare in lontananza.
Questo può solo farci rendere conto di una cosa, a mio parere fondamentale: il futuro non è ancora arrivato e ci troviamo in una fase di passaggio che è necessario è più che mai superare. Il Realismo Capitalista è a tutti gli effetti un’illusione collettiva e non ci troviamo né nella migliore né nell’ultima delle società possibili. Abbiamo, come definito da Mark Fisher, dimenticato come immaginare una società nuova.
IL DUBBIO
SI DIFFONDE
COME UN VIRUS
PRETENDI IL FUTURO
ANCHE SE
NON SEI ANCORA
IN GRADO DI IMMAGINARTELO
Nonostante questa notizia sia passata in sordina sui media italiani, in questi mesi un
cambiamento epocale sta avvenendo in Africa.
Una svolta significativa sta prendendo man mano forma nel tessuto economico del continente e, nel totale silenzio mediatico del nostro paese, porterà le sue conseguenze fin nella nostra penisola.
La cosa curiosa è che una delle possibili conseguenze potrebbe influenzare il fenomeno dei flussi migratori nel mediterraneo, e farcela molto meglio di tutte le misure che i governi Europei hanno cercato di attuare prima dell’emergenza Pandemica del COVID-19.
Si tratta della firma per il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, avvenuto in Nigeria.
Non si esagera a supporre che sia un momento nevralgico per lo sviluppo socio-economico del paese, che con questa manovra si ripromette di rendere possibile un implemento di rilevanza storica per il futuro dell’Africa.
Più precisamente il 7 luglio 2019 a Niamey, capitale Nigeriana, 54 su 55 Stati africani hanno ratificato l’accordo di libero scambio, che porterà alla progressiva eliminazione dei dazi doganali tra nazioni del continente e di conseguenza alla facilitazione della libera circolazione di beni al suo interno.
Siamo abituati a pensare all’Africa come ad una nazione povera, che arranca anche solo a ricorrere gli standard di progresso nell’impresa e nelle infrastrutture. Questo “paese in via di sviluppo” ha invece al suo interno tutto il necessario per autosostentarsi; ma una storia di colonialismo, governi instabili e guerre civili hanno messo in ginocchio questo Continente, che viene ormai visto con una patina di assistenzialismo, alla stregua del senzatetto a cui si fa elemosina con la certezza che non sarebbe mai in grado, nella società, di ottenere nulla da solo.
L’implementazione del Trattato creerebbe (almeno in teoria) invece un mercato unico, di pressoché 1,3 miliardi di persone e, conseguentemente, ad un blocco economico di 3.4 trilioni di dollari. Questo porterebbe alla più grande area di libero scambio al mondo – con una superficie di 30 221 532 km quadrati l’africa è il terzo continente per dimensione – e quindi ad un mercato continentale compatto ed per beni e servizi, ad una circolazione fluida di capitali e –perché no- persone. Ma vediamo più nello specifico di cosa si tratta.
Il Trattato di Libero Commercio Continentale Africano, (in inglese African Continental Free Trade Agreement, abbreviato AfCFTA) è un trattato di natura internazionale che si occupa di regolamentare l’apertura delle frontiere. Sono inoltre già state raggiunte le 22 ratifiche necessarie per l’entrata in vigore dell’accordo. L’unico stato africano a non aver né firmato né ratificato è l’Eritrea. Si tratta comunque dell’accordo commerciale internazionale più imponente per numero di Paesi coinvolti e per estensione dell’area interessata. Al suo interno si stabilisce l’eliminazione dei dazi alle importazioni e la cancellazione delle barriere tariffarie sul 90% delle merci coinvolte negli scambi interni, mentre il restante 10% di dazi – identificati come “prodotti sensibili” – verrà analizzato per poter essere eliminato in una seconda fase.
Com’è possibile nella pratica una tale manovra?
La riduzione delle tasse doganali al livello della “Most Favoured Nation” (MFN) corrisponde in poche parole alla normalizzazione dei rapporti commerciali tra gli Stati tramite l’applicazione a ognuno di essi del dazio più basso applicato da ciascun Paese, ovvero quello applicato nei confronti dello Stato con cui ha i migliori rapporti diplomatici. Questo risolverebbe una serie di problemi che si riscontrano nel commercio interno del Continente, poiché solitamente gli Stati africani applicano le tasse doganali più alte proprio agli Stati confinanti.
Questo, insieme allo snellimento delle procedure burocratiche risulterebbe in un
risparmio cospicuo di tempo e di denaro. Ma gli intenti del AfCFTA sono molteplici. Innanzitutto, il principio cardine è creare un unico mercato per beni e servizi, con libera circolazione per persone e investimenti aziendali. Ottenutolo, sarà possibile aprire la strada per accelerare la creazione dell’Unione doganale, così da espandere gli scambi intra-africani. Una delle conseguenze principali sarebbe la riduzione del tempo trascorso
alla dogana per far sì che il passaggio delle merci venga approvato. La procedura è infatti estremamente lunga e costosa, richiede un numero elevato di documenti non sempre facilmente reperibili. Il commercio interno è un serio problema dell’economia Africana, scoraggiato non solo dai dazi doganali, ma anche da una burocrazia stagnante che crea tempistiche insostenibili per l’attraversamento di confine, per non parlare poi dei problemi di infrastruttura che contribuiscono ulteriormente a scoraggiare lo scambio nel continente. S’intende così favorire anche lo sviluppo della manifattura locale, in modo da superare il sistema economico incentrato sull’export delle materie prime, migliorando allo stesso tempo la competitività per quanto riguarda industria e impresa.
Un esempio lampante di questa possibile prospettiva è nel Cacao. La maggior parte del cioccolato che compriamo, che provenga esso da una multinazionale europea o americana, viene in realtà dall’Africa. Nel mercato del Cacao e derivati sono infatti Ghana e Costa D’Avorio a produrre circa il 60% della materia prima. Perché allora incassano il 6% dei profitti totali?
Questo perché il cacao che viene coltivato in Africa non rimane nel continente per essere raffinato, ma viene esportato come materia grezza. Una volta portato fuori dal paese e lavorato, viene venduto al resto del mondo come prodotto finito, prodotto che anche l’Africa è costretta ad acquistare ad un prezzo –paradossalmente- molto più alto.
Il Trattato è una misura politica ed economica volta ad invertire questo processo, sottraendo di conseguenza forza economica a tutti quegli altri Stati che fino ad ora hanno acquistato dal Continente.
I governi di Accra e Yamoussoukro si stanno accordando in una strategia comune per
costruire in Africa l’industria per la produzione di un cioccolato che sia appetibile sui mercati internazionali. Con l’AfCFTA questa “piccola” sfida ai colossi mondiali del cioccolato potrebbe diventare piuttosto pericolosa. Questo perché l’obiettivo primario dell’AfCFTA è quello di portare dinamicità all’economia Africana e, soprattutto, al commercio continentale. Tutto ciò rifacendosi all’esempio europeo di favorire una
maggiore collaborazione politica tra gli Stati, ma anche ad un più voluminoso scambio di beni e servizi e alla necessità di armonizzare regole e standard.
In altre parole, si sta tentando di portare l’Africa ad attuare quel processo che portò proprio l’Europa di inizio Novecento su un sentiero di crescita e sviluppo. Una transizione storica piuttosto rilevante, se la si paragona all’avvio dell’Unione Doganale che nel 1957 portò nascita della Comunità Europea, che verrà poi assorbita dall’UE nel 2009, passando al cosiddetto “mercato unico”. Fase cruciale di un processo “non basato su statalismo, dirigismo, retorica delle chiacchiere e aiuti internazionali, che spesso finiscono solo nelle mani di classi dirigenti corrotte e alimentano corruzione e guerre; ma sul mercato e il libero commercio.”
Tale progetto si può considerare in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dalle Nazioni Unite per il 2030, ma non solo: è anche un processo verso il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda Africana 2063.
Per chi non lo sapesse l’agenda africana è un quadro strategico per la trasformazione socioeconomica del continente africano nei prossimi 50 anni. L’Agenda si basa su iniziative presenti e passate, come il NEPAD (partenariato sviluppo Africa) e i trattati nigeriani di Lagos e Abuja dell’ECOWAS e dell’AEC. Obiettivo dell’agenda “un ‘Africa integrata, prospera e pacifica, guidata dai suoi stessi cittadini e che rappresenta una forza dinamica nell’arena internazionale”. Il tutto ovviamente secondo i parametri dell’Unione Africana, unione giovane (nasce col vertice africano del 2002 a Durban, in Sudafrica) ma che sta già cercando di farsi strada nel panorama internazionale.
Si vuole quindi raggiungere per il continente una serie di obiettivi quali: il miglioramento della qualità della vita, la stabilizzazione economica e l’integrazione politica del continente.
Dai dati della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo infatti, con l’area di libero scambio si avrebbe un incremento nel commercio tra l’Africa e il resto del mondo pari a circa il 2,8% con tre anni di anticipo rispetto alle previsioni senza accordo (che erano state effettuate per il 2022). Ugualmente, il peso del commercio intra-africano sugli scambi commerciali totali del continente passerebbe dal 10,2% al 15,5%, con un aumento interno del 52,3% rispetto alle medesime proiezioni per il 2022. I maggiori benefici sarebbero visibili nel settore agricolo e quello industriale.Questo permetterebbe la diminuzione degli introiti derivanti dalle tasse doganali, che verrebbe compensata da un aumento del reddito e del salario reale, come conseguenza possibile di un aumento degli export.
Tra i Primi dieci Paesi che crescono di più nell’economia sostenibile cinque sono Africani; negli ultimi dieci anni il Pil continentale è aumentato del 30% e l’85% della popolazione vive in Paesi stabili. Questo ovviamente non esclude che siamo ancora lontani da un livello di benessere e reddito comparabile a quello Europeo. Ma se questo Trattato andrà in porto, come sembra stia accadendo, l’Africa avrà creato la più potente occasione di sviluppo che esista. L’avrà creata da sola, ribaltando l’archetipo ormai stagnante di un’Africa che necessita assistenzialismo ma che dal quale
non si può distanziare; se la sarà creata da sè, per sé.
In un sistema globale dove l’individualismo liberale dilaga e non c’è spazio per nessuna forma aggregativa o economica di stampo (realmente!) socialista, questa è una delle cose migliori che potesse capitare all’Africa.
Ed è così ci si dovrebbe porre rispetto alla cosiddetta emergenza dei flussi di migrazioni, con un contributo economico costruttivo per l’affermazione del proprio Paese nel panorama internazionale.
Ma soprattutto, è così che si fornisce a centinaia di milioni di persone la possibilità di una vita serena, dignitosa e pacifica. Come un frutto, il Capitalismo si avvia verso le sue fasi più mature e, sempre più, il suo corpo s’ingrassa e s’appesantisce per staccarsi dall’alto e cadere a terra. Cadrà poco dopo aver raggiunto il suo apice, di succoso e maturo frutto del Peccato. L’autonomia economica dell’Africa porterà alla possibilità di scoprire, all’interno della popolazione umana che abita il continente, la possibilità di comprendere la dinamica di classe il cui gioco l’attanaglia da anni. Con la nascita di una netta differenza di classe, l’ascesa di una borghesia interna al continente, creerà finalmente una lotta ad armi pari. La chance di comprendere la coscienza di classe sarà una scintilla pronta a far esplodere anni di repressione e schiavismo. Farà tornare al mittente tutto il pietismo e il buonismo con cui ci siamo permessi di saccheggiare l’Africa. Lasciandola accelerare, accadrà ciò che l’Occidente ha sempre temuto: verremo raggiunti. Si spera, superati.
Avremmo dovuto cooperare, offrire asilo. L’elemosina è uno strumento verticale atto a mantener netti i confini delle classi. Spinti da guerre esterne e intestine, l’Africa di ha sostanzialmente chiesto aiuto, e noi gli abbiamo sempre lanciato qualche spicciolo perchè -in fondo- vogliamo che non ottenga molto altro,
Ma è opportuno ricordare cosa succede quando popolazioni disperate si accatastano al confine di un territorio. Durante la gloria di Roma, ci fu un momento simile: i Goti erano stati spinti già dai Mongoli, attorno ai confini dell’Impero Romano. Si accumularono ai confini dell’impero e vennero subito respinti come un minaccia. Pirenne ne scrive lasciando intuire che cercassero principalmente asilo, quando furono attaccati al confine.
Era una richiesta d’aiuto, che è diventata un’invasione. Poi è crollato l’Impero Romano.
Una lettera di Claudio, anarchico pervertito antispecista.
Enyoy
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Caro figliolo scampato alla vita,
sono lieto di annunciarti che non nascerai.
Non preoccuparti: non verrai neppure concepito.
Io senza preservativo una donna nemmeno la guardo.
E non temo tanto l’AIDS, quanto la tua nascita. Per l’AIDS magari un giorno potrebbero trovare una cura. Della procreazione adoro la pratica, ma detesto il risultato. (…) Tutto dipende inoltre da come si considera la vita, se essa sia un bene o sia un male.
I cattolici pensano che la vita sia un bel dono. Ma i cattolici pensano anche che sia un angelo custode a farti evitare gli interventi a gamba tesa a calcetto e che trombare sia sbagliato, quindi valuta tu quanto siano attendibili.
Io penso che la vita sia una sciagura.
Artwork by me being @420error_ra
Certo, esistono anche le Stanze di Raffaello, la foresta dell’Amazzonia e Stoya, ma poi le Stanze di Raffaello sono del Vaticano, la foresta dell’Amazzonia la stanno abbattendo e Stoya non te la dà, quindi vedi che è anche peggio.
La nascita è una condanna a morte.
Hai idea di quanto sia brutto dover fare i conti con la morte? Rispetto alla morte, spesso persino la vita risulta migliore.
Siccome sei mio figlio e ti voglio bene, farò di tutto per evitarti questo supplizio.
Potresti nascere handicappato o ammalarti o essere investito da una macchina o subire violenza o essere semplicemente molto brutto e maledire ogni giorno me e il giorno in cui sei nato. E non si gioca d’azzardo sulla pelle di un altro. A maggior ragione se si tratta di soddisfare un proprio capriccio, riempire un proprio vuoto, generarsi un’ancora di salvezza.
Hai presente quando si sente dire: Quando tutto va storto, torno a casa, guardo i miei figli e mi rincuoro? Un figlio è il premio di consolazione.
Le persone procreano perché sono sprovviste di fantasia e hanno bisogno di qualcosa di cui occuparsi durante la giornata.
Un figlio è un tamagotchi più costoso.
Dicono: “Facciamo un figlio”. Non dicono: “Facciamo una persona”.
Non considerano che quel figlio sarà un individuo a sé stante che dovrà sopravvivere tra ogni sorta di difficoltà. Lo vedono come un loro giocattolo, un bambolotto, che serve a dar loro l’illusione dell’eternità, come se lasciare una goccia di sborra e un’ovaia a scorrazzare sulla crosta terrestre e subire tutte le asperità della vita possa sconfiggere la morte.
E quanta presunzione nella trasmissione del proprio patrimonio genetico!
Ognuno considera il proprio DNA imperdibile per l’umanità e si sente in dovere di riprodursi. So fare il fischio da pecoraio e imitare la scoreggia con la mano sotto l’ascella: il retaggio del mio sangue non può andare perduto! – Ecco, non ti metto al mondo perché non reputo così indispensabile la presenza di un altro basso pelato.
Non mi perdonerei mai poi di averti costretto a subire la scuola e il lavoro.
La scuola è una violenza pedofila di massa. È il carcere minorile per innocenti che insegna loro a diventare colpevoli.
L’università è una fabbrica di ingranaggi produttivi di livello superiore, servi specializzati o padroni robotizzati.
Il lavoro è schiavitù.
Non permetterò mai che tu divenga schiavo dello Stato o di un proprietario o dell’apparato socioeconomico. E siccome ciò è inevitabile non appena si viene scagliati nell’esistenza, non c’è altra soluzione che regalarti l’inesistenza.
Ma ci pensi a quale orrore sia l’amore famigliare?
Dover sottostare all’affetto di un padre e di una madre è veramente una disgrazia senza eguali.
Pensa a tutta la retorica dell’amore materno e paterno, tutta la congerie di sentimentalismi melensi e patetismi eroici, ai farei di tutto per i miei figli, darei la vita per loro. Non trovi tutto ciò angoscioso e nauseante? Credimi, fa rimpiangere gli abusi su minore.
La famiglia serve al Principe per la produzione di nuova manodopera e per rendere più docile quella già esistente.
È la cellula base di potere atta al controllo capillare della società.
Un figlio ti rende ricattabile: nel momento in cui devi sfamare altre persone, non puoi più dire di no a ciò che ti offre il padrone, fosse anche la mansione più degradante e in contrasto con le tue idee e la tua etica, perché ormai ci sono altre persone che dipendono da te.
La famiglia serve a catturare lo schiavo con la prospettiva di un po’ di potere per poi ingabbiarlo con le responsabilità.
Non sei nessuno, non conti nulla, ma in famiglia potrai comandare e condividerai una briciola del potere del Principe, ne assaporerai una stilla d’ebbrezza.
Per mantenere questo miserabile privilegio, dovrai obbedire per sempre.
Per le frustrazioni che necessariamente accumulerai, potrai sfogarti sulla tua prole, sulla quale eserciti lo stesso potere assoluto che lo Stato, il banchiere e l’industriale esercitano su di te.
Figlio mio, non sei dunque contento? Anche grazie a te, il Governo si prenderà una soddisfazione in meno. Sento le interviste agli operai licenziati: Cosa daremo da mangiare ai nostri figli?
E vorrei dir loro: e potevate non farli, i figli.
Compagno operaio, benché io sia dalla tua parte e ti offrirò aiuto e copertura qualora vorrai sequestrare il figlio di Marchionne, non lo sai che la famiglia è stata inventata apposta per fregarti?
È imperdonabile mettere al mondo un figlio condannandolo a subire la tua stessa povertà.
Né tu né tua moglie volevate davvero figli. Quello che credete essere stato un vostro desiderio, non è vostro affatto. Vi è stato inculcato a forza. A lei è stato detto che se non si fosse gonfiata per ospitare cellule in evoluzione da ricacare dopo nove mesi, non valeva nulla come donna; a te è stato detto che se non avessi inseminato e assoggettato un esemplare fisicamente inferiore della tua specie, non saresti stato un vero uomo. E ci avete creduto.
La monogamia è un inganno. La famiglia è una trappola. Laddove individui indipendenti senza vincoli sarebbero divisi nella socialità, la famiglia li unisce nella solitudine.
I sacrifici che fai per i tuoi figli giovano solo al tuo datore.
Si dice: “Rinuncio a tutto per i miei figli, così loro potranno avere una vita migliore”.
I figli si godranno dunque la vita grazie al martirio dei padri? No, perché anche loro faranno dei figli e il meccanismo si ripeterà, e i figli dei figli faranno figli a loro volta, e così via, incessantemente, perpetuando la sottomissione.Come ha detto un saggio:
“Un figlio ti dispensa dal vivere la tua vita per vivere la vita di un altro”.
Uno fa un figlio e dopo comincia a disperarsi per il mutuo da pagare e le bollette e le tasse scolastiche e c’è da pagare il medico e i soldi per la gita e per il nuoto e vuole la bicicletta nuova e come faremo ad arrivare a fine mese.
Trovo quantomai stupido e insensato crearsi problemi che poi bisognerà risolvere.
Che poi si sente sempre dire con sdegno: “Saranno i nostri figli a dover pagare il deficit”, “Non è giusto che i nostri figli paghino il buco della sanità” “I nostri figli pagheranno la crisi finanziaria”. Ma io dico: non fateli, questi figli, così nessuno paga niente e siamo tutti contenti, no? Che fai, metti al mondo qualcuno affinché appiani i tuoi debiti? Allora lo vedi che sei uno stronzo? Peraltro, crescere un figlio comporta ingenti spese, quindi i tuoi problemi economici si aggravano. Allora lo vedi che sei un coglione?
L’altra mattina mi sono svegliato ed è stato bellissimo quando ho realizzato esultante: “Ehi, io non ho figli!”. La giornata mi ha sorriso.
Se io fossi stato Hugh Hefner, magari un pensiero a metterti al mondo lo avrei fatto per donarti l’opportunità di vivere nella Playboy Mansion circondato da conigliette porche e disponibili.
Ma se poi nascessi donna, per te sarebbe un problema lo stesso. Dovresti vedertela con stalking, molestie, stupro, Sex and the City. Gli umani imbecilli cercherebbero di impedirti di scopare liberamente, perché “sei una donna e non sta bene”. Ogni tuo pompino con un partner sessuale occasionale sarebbe una trasgressione della virtù con cui vorrebbero imbrigliarti.
È per questo che non mi piacciono le donne monogame, fedeli, pudiche, che non siano promiscue e libertine e indecorose: per quanto emancipate e ribelli e disinibite possano essere, nel momento in cui non scopano con facilità a destra e a manca, restano lo stesso l’orgoglio di papà e mamma, poiché la loro austerità virginale è in salvo e il loro corpo rimane addomesticato secondo i dettami del patriarcato sessuofobico che ci tiene alla salvaguardia della pubblica immagine di morigeratezza.
Sì, hai capito bene: la mia donna ideale è Stoya. Ma mi accontento anche di Sasha Grey.
Per me l’essere una sex worker è un valore aggiunto, mentre affermare con fierezza “non vado certo con il primo che capita” ti declassa per sempre ai miei occhi come irredimibile stolta noiosa a cui rispetto alla propria bisnonna hanno tolto dalle mani i ferri da maglia e ci hanno messo la tessera elettorale. La frase che una donna non deve mai pronunciare se non intende farmi perdere attrazione e stima è: “Desidero soltanto te”. Pensa che palle.
Se nascessi omosessuale, non ne parliamo. Considereresti un successo ogni serata in gelateria conclusa senza un pestaggio.
Non ti farò nascere anche perché non voglio essere un padre, non voglio essere il Pater.
Il padre, fosse anche il padre più libertario possibile, incarna sempre – costitutivamente – una figura di potere, poiché è colui il quale ti ha dato la vita e si è preso cura di te quando non potevi farlo da solo.
Siccome il mio anarchismo è una cosa seria, non voglio rivestire alcun ruolo di potere.
Dal momento che non mi piace obbedire, non ho alcuna intenzione di comandare.
Ed è un atto di potere intollerabile decidere di far nascere un individuo senza che sia stato chiesto il suo parere.
Ti evito volentieri pure quel delirante senso del dovere pedagogico che infetta i genitori.
Al delirio di onnipotenza si aggiunge infatti una smania educativa vista come imperativo morale: Devo insegnare ai miei figli cos’è giusto e cos’è sbagliato. Non è spaventoso? Non lo hai capito nemmeno tu, ma ti senti in dovere di tramandarlo ai tuoi figli.
Nella migliore delle ipotesi, li renderai depositari di un immane bagaglio culturale di cazzate, errori e atrocità. Tant’è che non facciamo che ripetere le idiozie dei nostri avi.
Visto che non ho alcuna intenzione di inquinarti con le mie inadeguatezze, figlio mio, non mi permetterò di farti nascere. Il tuo mancato concepimento e la tua non nascita sono anche una forma di rispetto verso la donna.
È infatti il corpo della donna che si deforma, è la donna che deve sopportare tutti i dolori, tutti gli affanni, tutti i rischi, tutti gli inconvenienti e tutti gli inestetismi che la gravidanza comporta. Voglio dire: un organismo esterno si insedia in un corpo e poi esce tra sofferenze inumane. Non ti ricorda qualcosa? Esatto: Alien.
Tua madre non è un forno. Per questo non sarà tua madre.
L’istinto materno non esiste. Esiste solo l’istinto del capo ufficio marketing della Pampers a vendere più pannolini.
E di sicuro non c’è da fidarsi se è un prete a dire che bisogna fare più bambini.
Ti rendi conto che qui c’è gente che crede in dio?
Su questo pianeta siamo troppi. Siamo arrivati a sette miliardi, numeri da batteri.
Le risorse scarseggiano, abbiamo devastato tutto, deturpato tutta la bellezza.
Imprigioniamo, sfruttiamo, torturiamo, uccidiamo gli animali.
Non voglio contribuire a tutto questo e non voglio che vi contribuisca tu. Tanto meno intendo obbligarti a vivere in un mondo fatto di mostruosità e sopraffazione, ove gli esponenti delle forze dell’ordine hanno una vita sessuale e in cui quando ti metti a letto poi devi rialzarti per andare a pisciare.
La vita è faticosa soprattutto per le piccole cose della quotidianità. Ed è una fatica inutile. Te la risparmio volentieri.
Ora tu ti chiederai:
“Stai forse dicendo che chi procrea per scelta è un cretino?” No: anche un pazzo criminale.
Non farò di te la mia vittima.
Il regalo più grande che io possa farti è non metterti al mondo.
Godi dunque, oh figlio mio, degli innumerevoli vantaggi dell’inesistenza priva d’avversità, e sappi che il tuo papà ti invidia molto.
Quanto a me, cercherò anch’io di godere degli innumerevoli vantaggi della tua inesistenza.
Ma se il profilattico si dovesse rompere, il preservativo femminile cedesse più velocemente delle buste della spesa biodegradabili, la pillola non funzionasse, la spirale fallisse, il diaframma si bucasse, il cerotto si rivelasse un imbroglio, trovassimo solo medici obiettori che ci negassero la pillola del giorno dopo e tua madre non volesse abortire, ti prometto solennemente, anzi ti giuro su Stoya, che farò di tutto per mantenerti tutta la vita; non dovrai mai lavorare; dovrai vedere la paghetta come Risarcimento Nascita Non Richiesta; non dovrai mai dirmi grazie; non dovrai mai chiedermi il permesso; non dovrai onorarmi; non dovrai rispettarmi, se non me lo merito; non dovrai mai sentirti in debito con me; non dovrai mai preoccuparti delle soddisfazioni che vorrò da te o che non mi avrai dato;non dovrai mai sentirti figlio, ma sempre individuo libero prossimo mio e mio pari; non dovrai mai chiamarmi papà.